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Addio a Carlo Ginzburg che insegnò a guardare la storia dando valore agli indizi

Una rivoluzione profonda quella di Ginzburg che influenzò la storiografia, l’antropologia, la storia delle religioni, gli studi sul folklore e l’analisi delle culture popolari.

di Pietro Fabris

La morte di Carlo Ginzburg, avvenuta il 17 giugno 2026, lascia nel mondo della cultura un vuoto difficile da colmare. Non scompare soltanto uno dei più importanti storici italiani del Novecento e dell’inizio del nuovo secolo, se ne andato uno studioso che ha cambiato il modo stesso di osservare il passato, insegnando a generazioni di ricercatori a cogliere la verità dove nessuno pensava valesse la pena guardare.
In un’epoca dominata dalle grandi sintesi, dai sistemi interpretativi complessivi e dalle narrazioni costruite attorno ai protagonisti della storia, Ginzburg scelse una strada diversa. Preferì i margini al centro, le tracce agli eventi, gli individui comuni ai grandi personaggi. Fu una rivoluzione silenziosa ma profonda, destinata a influenzare non soltanto la storiografia, ma anche l’antropologia, la storia delle religioni, gli studi sul folklore e l’analisi delle culture popolari.

Figlio di Leone Ginzburg e di Natalia Ginzburg, cresciuto in una delle famiglie che più hanno segnato la vita intellettuale italiana del Novecento, Carlo Ginzburg seppe costruire un percorso autonomo e originale. Formatosi tra Pisa e Londra, insegnò nelle più prestigiose università internazionali, diventando un punto di riferimento per studiosi di ogni parte del mondo.
Il suo nome resterà legato soprattutto alla microstoria, un approccio che gli consentì di dimostrare come anche le esistenze apparentemente più insignificanti possano rivelare dinamiche culturali e sociali di portata universale. La sua intuizione era semplice e insieme rivoluzionaria: comprendere il tutto attraverso il particolare.
Per chi si occupa di tradizioni popolari, miti, leggende e immaginario collettivo, l’incontro con la sua opera rappresenta quasi sempre un passaggio decisivo.
Quando nel 1966 pubblicò I benandanti, Ginzburg aprì una prospettiva completamente nuova sul rapporto tra cultura popolare e religiosità. Attraverso i verbali dell’Inquisizione friulana portò alla luce le vicende di uomini e donne che sostenevano di combattere, in spirito, per la fertilità dei campi e la prosperità delle comunità. Quelle pagine mostravano come dietro accuse di stregoneria e processi religiosi potessero sopravvivere antichi sistemi di credenze che affondavano le radici in un passato remoto.


Dieci anni dopo arrivò Il formaggio e i vermi, destinato a diventare uno dei libri di storia più influenti del secondo Novecento. Il protagonista era Menocchio, un mugnaio friulano del XVI secolo processato per eresia. Attraverso le sue parole emergeva una visione del mondo sorprendente, costruita intrecciando letture, tradizioni orali e riflessioni personali. Quel libro dimostrò in modo definitivo che la cultura popolare non era una semplice versione impoverita della cultura dominante, ma possedeva una propria autonomia creativa e interpretativa.
Da lettore, e da studioso, interessato al folklore e alle tradizioni popolari, devo a Carlo Ginzburg una parte importante del mio percorso da appassionato. Le sue opere hanno rappresentato una bussola capace di orientare ricerche, curiosità e incontri. Grazie alle sue pagine ho imparato a considerare le credenze popolari non come superstizioni da classificare, ma come sistemi culturali complessi, depositari di memorie, simboli e visioni del mondo.
La sua lezione più feconda resta probabilmente quella del cosiddetto “paradigma indiziario”. Ginzburg invitava a leggere la storia come un investigatore legge una scena del crimine: seguendo tracce minime, interrogando dettagli apparentemente irrilevanti, prestando attenzione alle anomalie. Un metodo rigoroso e affascinante che trasformava il lavoro dello storico in una continua ricerca di significati nascosti.
Molte volte ho discusso delle sue intuizioni con l’amico Piero Martiradonna durante le lunghe passeggiate su corso Alcide De Gasperi, a Bari. Le conversazioni finivano spesso per tornare ai Benandanti, a Menocchio, ai processi inquisitoriali, a quelle straordinarie connessioni tra storia, mito e cultura popolare che Ginzburg sapeva individuare con una sensibilità rara. Erano discussioni che nascevano dai suoi libri e che inevitabilmente si allargavano a interrogativi più grandi sul rapporto tra memoria e identità, sull’idea di cosa sono le tradizioni il cui significato profondo è trasmissione, eredità.
È anche per questo che la sua scomparsa genera oggi una sensazione particolare. Non soltanto tristezza, ma una forma di solitudine intellettuale.
I suoi lavori non erano compilazioni monotone, realizzate per affermare la propria competenza, ma visione e invito a non trascurare le note a margine degli esseri umani, la vita dei semplici nella semplicità. Carlo Ginzburg apparteneva a una generazione di studiosi che consideravano la ricerca una vera avventura della conoscenza e la conoscenza è amore. Nei suoi libri convivono erudizione e immaginazione, precisione documentaria e capacità narrativa, rigore scientifico e apertura verso l’imprevisto.
Il suo lascito continuerà naturalmente a vivere. Le sue opere resteranno al centro del dibattito storiografico e continueranno a formare nuove generazioni di studiosi. Ma la sensazione è che con lui si sia chiusa una stagione importante della cultura, quella dei grandi interpreti capaci di attraversare discipline diverse senza perdere profondità e rigore.
Rileggendo oggi le sue pagine, torna alla mente la lezione che più di ogni altra ci ha lasciato: la storia non parla soltanto attraverso gli eventi che occupano le prime pagine dei libri. Spesso si nasconde nei dettagli, nei documenti dimenticati, nelle parole di chi non avrebbe dovuto lasciare traccia.
Carlo Ginzburg ha dedicato la sua vita a dare voce a quegli uomini e a quelle donne rimasti ai margini del racconto ufficiale. Per questo la sua opera continuerà a parlarci ancora a lungo. E per questo, oggi, il silenzio che segue la sua scomparsa appare più profondo del consueto. Ci si sente soli in un mondo sempre più estraneo ai valori umani. Come accade quando viene meno uno degli ultimi maestri capaci di insegnarci non soltanto cosa guardare, ma soprattutto come guardare.

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