Sei qui
Home > Società > Due storie una verità: il valore delle persone non ha nazionalità

Due storie una verità: il valore delle persone non ha nazionalità

di Pietro Fabris

In questi giorni abbiamo assistito a due storie profondamente diverse, eppure unite dallo stesso filo conduttore. Colpisce non solo ciò che è accaduto, ma anche il modo in cui si sceglie di raccontare la realtà e di darle risonanza pubblica.

Da una parte ci sono Osama Shalaby e Mohammed Shalaby, padre e figlio egiziani di 56 e 20 anni, che insieme a Luca Signorelli hanno fermato e disarmato l’autore della strage di Modena, armato di coltello. Due uomini che non hanno esitato a rischiare la propria vita per salvare quella degli altri. Osama vive in Italia da trent’anni, lavora come muratore, ha costruito qui la propria famiglia, paga le tasse e, nonostante questo, non ha ancora ottenuto la cittadinanza italiana.

Le sue parole colpiscono e diventano motivo di riflessione:

«Non abbiamo avuto paura, siamo egiziani, abbiamo paura solo di Dio».

E ancora:

«Spero che il mio gesto serva a qualcosa».

Dall’altra parte c’è la storia di Bakary Sako, 35 anni, originario del Mali, ucciso all’alba a Taranto mentre aspettava di andare a lavorare nei campi. Un uomo descritto da chi lo conosceva come educato, umile e irreprensibile. Un lavoratore che manteneva la propria famiglia svolgendo uno di quei lavori invisibili ma essenziali senza i quali il Paese si fermerebbe.

Eppure, nelle prime ore successive alla sua morte, qualcuno ha preferito rifugiarsi nella solita narrazione comoda: “gang straniere”, “si sono ammazzati tra loro”. Solo successivamente è emersa una verità diversa: Bakary sarebbe stato accerchiato e colpito da un gruppo di giovanissimi italiani.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: perché facciamo così fatica a guardare la realtà per quella che è?

Perché quando il colpevole è straniero si invocano immediatamente sicurezza, espulsioni e cittadinanze da revocare, mentre quando gli autori della violenza sono italiani si cercano attenuanti, si fa silenzio? Perché gli immigrati vengono spesso raccontati come una massa indistinta di pericoli, salvo poi scoprire che, molte volte, sono proprio loro a salvare vite, lavorare nei campi, costruire case, assistere anziani e sostenere interi settori della nostra economia?

Il problema non è soltanto politico. È culturale, sociale e informativo.

Viviamo immersi in un sistema mediatico che troppo spesso rincorre la notizia più conveniente: quella che genera rabbia, paura, ascolti e condivisioni. Si costruiscono narrazioni morbose, immediate, semplici, rassicuranti per chi le ascolta, anche se deformano la complessità della realtà. Gli stereotipi funzionano perché semplificano il mondo, ma ogni semplificazione costruita sul pregiudizio produce inevitabilmente esclusione, sospetto e conflitto sociale.

In questo scenario tornano drammaticamente attuali le riflessioni di Hannah Arendt, che individuava nell’indifferenza e nella progressiva normalizzazione della disumanizzazione una delle radici più profonde del male moderno. Arendt spiegava come i fenomeni più pericolosi non nascano sempre dall’odio manifesto, ma spesso dall’abitudine a considerare alcune vite meno importanti di altre, fino a rendere normale ciò che dovrebbe indignare ogni coscienza democratica. È quella che definì la “banalità del male”: il rischio che violenza, discriminazione e razzismo crescano lentamente dentro la quotidianità, alimentati dall’assuefazione e dall’incapacità collettiva di riconoscere l’umanità dell’altro.

Simone Weil

A questa riflessione si affianca anche il pensiero di Simone Weil, che vedeva nella dignità umana qualcosa di assoluto e inviolabile, indipendente dall’origine, dalla condizione sociale o dall’utilità economica delle persone. Weil sosteneva che il primo dovere di una società giusta fosse quello di riconoscere nell’altro un essere umano portatore di bisogni sacri, primo fra tutti il bisogno di essere considerato pienamente umano. Quante persone oggi vivono ripiegate sulle proprie solitudini, in gabbie mentali di muto dolore? Per la filosofa francese, ogni forma di disprezzo, umiliazione o indifferenza verso la sofferenza altrui rappresenta una ferita non solo per chi la subisce, ma per l’intera collettività, perché una società che smette di riconoscere il valore della vita umana finisce inevitabilmente per smarrire anche la propria coscienza morale.

Quando una società smette di interrogarsi sulla sofferenza delle persone e inizia a classificare gli esseri umani in categorie, “noi” e “loro”, “meritevoli” e “non meritevoli”, allora il razzismo non appare più come un’eccezione, ma come una conseguenza culturale resa possibile dall’indifferenza generale. Ed è proprio l’indifferenza verso le difficoltà quotidiane dell’altro immerso in labirinti di sopravvivenza, il terreno più fertile su cui crescono odio e violenza.

Primo Levi

Le parole di Primo Levi diventano allora inevitabili e necessarie. Nel suo capolavoro Se questo è un uomo Levi ci consegna una domanda che attraversa il tempo e continua a interrogarci ancora oggi:

“Se questo è un uomo”.

Una domanda che non riguarda soltanto gli orrori del passato, ma ogni presente in cui la dignità umana viene negata, ridotta o selezionata in base all’origine, al colore della pelle o alla condizione sociale.

Una società coesa non nasce dalla ricerca continua di un nemico, ma dalla capacità di riconoscere la dignità dell’altro come parte integrante della comunità. Quando si divide l’umanità tra “noi” e “loro”, si indebolisce il senso stesso di appartenenza collettiva e si crea un clima culturale in cui l’odio trova terreno fertile.

Manipolare le informazioni, selezionare soltanto quelle più funzionali a una determinata narrazione o raccontare i fatti in modo parziale non è semplicemente scorrettezza: è una forma di violenza culturale e civile. Perché altera la percezione della realtà, alimenta paure irrazionali, crea nemici immaginari e finisce per colpire persone reali. La disinformazione non resta mai neutrale: produce conseguenze sociali, culturali e umane.

In questo scenario, il valore della legalità assume un significato ancora più profondo. Legalità non significa soltanto rispetto formale delle leggi, ma riconoscimento concreto della dignità umana, uguaglianza davanti alla giustizia e responsabilità collettiva nel difendere i principi democratici. Una società realmente civile non applica il diritto in base all’origine delle persone, né costruisce giudizi differenti a seconda della nazionalità di chi commette o subisce un reato.

La deontologia del giornalismo dovrebbe servire proprio a questo: raccontare i fatti con equilibrio, verificare, contestualizzare, evitare scorciatoie ideologiche. Non confermare i pregiudizi del pubblico, ma aiutare la collettività a comprendere. Informare non significa orientare emotivamente le persone verso il bersaglio più facile; significa assumersi la responsabilità delle parole, soprattutto quando quelle parole possono alimentare odio, disumanizzazione o indifferenza.

Oggi, più che mai, servirebbe una forma di obiezione di coscienza civile, culturale e umanistica: il coraggio di rifiutare le narrazioni tossiche, il coraggio di non piegare la verità alla convenienza politica o all’audience, il coraggio di chiamare le cose con il loro nome sempre, non soltanto quando conviene.

Essere testimoni di verità, nella realtà contemporanea, significa anche difendere il valore della responsabilità individuale e collettiva. Significa non accettare passivamente la propaganda, non alimentare odio attraverso semplificazioni ideologiche e non trasformare il dolore umano in uno strumento di consenso. Ogni cittadino, ogni giornalista, ogni istituzione ha il dovere morale di contribuire a una cultura fondata sulla verità, sulla giustizia e sul rispetto reciproco.

Perché la giustizia o è uguale per tutti, oppure smette di essere giustizia. E ogni dichiarazione pubblica dovrebbe nascere da conoscenza, equilibrio e senso di responsabilità, non dalla necessità di alimentare paure o costruire consenso attraverso una propaganda superficiale.

Osama, Mohammed e Bakary ci ricordano una verità semplice ma fondamentale: le persone non si giudicano dalla provenienza, ma dalle loro azioni. Nessuna società può dirsi davvero libera o civile se continua a scegliere quali vite meritino rispetto, empatia e verità e quali, invece, possano essere ridotte a slogan, statistiche o bersagli politici.

E forse la domanda più urgente, oggi, resta proprio quella consegnataci da Primo Levi:

siamo ancora capaci di riconoscere pienamente l’umanità nell’altro? Oppure stiamo lentamente accettando, nell’indifferenza generale, che esistano vite considerate meno degne di rispetto, tutela e verità?

Raccontare la realtà con onestà, oggi, non è soltanto un dovere professionale. È un atto di responsabilità morale, civile e democratica.

18 maggio 2026

One thought on “Due storie una verità: il valore delle persone non ha nazionalità

Lascia un commento

Top