La Settimana Santa a Palazzo San Michele: fede, arte e musica per riscoprire le radici del Meridione Eventi mostra 3 Aprile 20263 Aprile 2026 di M. Siranush Quaranta Lo storico Palazzo San Michele di Bari Vecchia si è animato giovedì 2 aprile con l’inaugurazione ufficiale di una mostra destinata a lasciare il segno nella vita culturale cittadina e non solo. La Fondazione Teatro Petruzzelli ha aperto per la seconda volta le porte di questo palazzo alla città, dopo il successo straordinario della precedente esposizione dedicata all’arte presepiale — che aveva raccolto oltre undicimila visitatori — per presentare “La Settimana Santa. Tra manufatti e musica, la fede popolare nel Meridione d’Italia, dal Seicento a oggi“, a cura dell’arch. Attilio Canta, presidente del Gruppo Presepisti San Nicola. Quartetto di Ottoni durante l’intervento di Nazzareno Carusi Il taglio del nastro è avvenuto sulle note dell’Orchestra di Ottoni della Fondazione Teatro Petruzzelli, composta da Alessio Puglisi e Massimiliano Campoli alle trombe, Bartolomeo Mercadante e Francesco Tritto ai tromboni. Il programma musicale ha proposto tre brani di rara efficacia: la “Marcia Funebre” di Francesco Tritto, “La Generosità” di Georg Philipp Telemann e la “Pavane” di Gaspar Sanz. Una scelta non casuale, come ha sottolineato il Sovrintendente della Fondazione, il maestro Nazzareno Carusi, che ha voluto fortemente la presenza degli ottoni all’apertura: il suono degli ottoni è ciò che rende plastico e sonoro il concetto stesso del vento, quella forza invisibile che è al cuore dell’opera scultorea di Pericle Fazzini — presente in mostra con una testa del Cristo risorto gemella di quella contenuta nella celebre Resurrezione della Sala Nervi in Vaticano — e che definisce l’intera poetica dello scultore. Carusi ha parlato con fervore di questa mostra come della naturale continuazione di un percorso cominciato a Natale con i presepi, un cammino di riscoperta delle radici profonde della cultura meridionale e italiana. Non si tratta semplicemente di devozione religiosa in senso stretto, ma di qualcosa di più ampio e necessario: la conoscenza storica di ciò che siamo stati, di ciò che hanno sentito e realizzato i nostri antenati. E ha aggiunto una riflessione di più largo respiro: senza radici, senza il senso di ciò che è stato, non è possibile né vivere autenticamente il quotidiano né produrre arte vera, quand’anche in linguaggio moderno. Il curatore Attilio Canta Il cuore della mostra è il lavoro di Attilio Canta, che intervistato dal nostro giornale ha ripercorso le origini del progetto: “Questa mostra nasce ovviamente da lontano, da quello che è un po’ il mio percorso nell’antiquariato nel quale sono cresciuto. L’idea è stata quella di dare una casa ai presepisti che spesso realizzano anche opere pasquali ma faticano a trovare luoghi dove mostrarle, e di unire a questa mostra di oggetti pasquali anche oggetti d’arte antichi legati alla Passione.” Una raccolta costruita pazientemente interpellando chiese, fondazioni, conventi e musei, che hanno risposto tutti affermativamente, donando pezzi di notevole pregio a titolo gratuito. Ma non basta raccogliere: bisognava anche allestire. “Ho dovuto adeguare Palazzo San Michele ad accogliere questo tipo di mostra — spiega Canta — perché per quanto bellissimo, il contenitore non era organizzato per questa mostra. Ho costruito pareti, quinte, plinti, tutto l’impianto d’illuminazione, le teche per le bottiglie. Ho lavorato mesi per renderlo adeguato ad accogliere quello che si potrebbe definire un piccolo museo d’arte diocesana, con il focus specifico sulla Settimana Santa e sulla Passione.” Importante anche il lavoro della dott.ssa Monica Sbisà e della videomaker e fotografa Clarissa Lapolla. Il percorso si articola attraverso un’iconografia che non rifugge dalla crudezza propria di questo tempo liturgico: la morte, il dolore, la Passione di Cristo vengono rappresentati con tutto il loro pathos, secondo quella tradizione teatrale che nei secoli ha avvicinato anche i fedeli meno acculturati ai racconti evangelici. Crocifissi d’epoca, Madonne Addolorate, diorami pasquali, i Misteri protagonisti delle antiche processioni, raffigurazioni di Crocifissioni e Deposizioni, strumenti delle Confraternite: ogni elemento è custode di una devozione profonda e antichissima. È proprio questo l’obiettivo dichiarato dal curatore: “Riprendendo le parole del sovrintendente Carusi, vorrei far conoscere questa parte più cruenta, più dolorosa della Passione, che un tempo veniva rappresentata attraverso immagini molto crude per avvicinare al Vangelo anche i fedeli meno scolarizzati. Riproporla oggi significa non dimenticarla.” Tra i pezzi di maggiore pregio spiccano i manufatti in cartapesta di Nicola De Pandis e Achille De Luchezi, le sculture lignee di Filippo Angelo Altieri di Altamura e di Vincenzo Mussner di Ortisei, i bronzi di Pericle Fazzini e Amerigo Tot, e una stauroteca contenente una reliquia della Santa Croce. A catturare l’attenzione sono le rare bottiglie del XIX secolo: attraverso una stretta imboccatura, gli artigiani dell’epoca riuscivano a costruire, con pazienza certosina, scene complesse della Passione all’interno di fragili contenitori di vetro — un’impresa che riassume meglio di qualunque altra opera la dedizione e la fede animate dalla tradizione popolare del Meridione. La mostra, visitabile fino al 14 maggio, si chiuderà con una conferenza moderata da Nazzareno Carusi e dal musicologo Dinko Fabris, con interventi dell’arch. Canta e della prof.ssa Annamaria Bonsante, docente di Storia della Musica al Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari e di Drammaturgia Musicale al DAMS dell’Università degli Studi di Bari. Un momento di approfondimento che promette di restituire ulteriore spessore a una mostra che già nella sua inaugurazione ha saputo coniugare bellezza, memoria e identità con rara intensità.