La Casa di Jack: cinema europeo di alto livello, ma incompreso

 

Romolo Ricapito

di Romolo Ricapito

La Casa di Jack scritto e diretto da Lars Von Trier sta passando troppo  velocemente sui nostri schermi.

L’opera, di un certo peso, sia per l’abile sceneggiatura che per alcune buone interpretazioni, si porta dietro la fama di film maledetto.
Infatti la versione italiana di 155′ è tagliata di alcuni minuti, quelli più cruenti.
Una scritta prima della proiezione avvisa che Von Trier ha approvato questi tagli, ma che essi non sono stati apportati da lui. Nella versione originale proiettata in alcuni cinema il film non ha subito censure.
Va detto  in aggiunta, che la pellicola è anche vietata  ai minori di 18 anni.
Ovviamente tale divieto non viene fatto rispettare da molte sale, ma comunque si tratta di un’opera che mischia la storia di un serial killer alla psicanalisi.
L’uomo, un ingegnere con ambizioni da architetto, Jack, interpretato da Matt Dillon (un attore che in Europa era stato un po’ dimenticato) è affetto da sindrome compulsiva-ossessiva.

Questo disturbo sussiste durante i suoi numerosi delitti, soprattutto il secondo tra  quelli mostrati, ovvero nel secondo episodio.
Il film consta di 5 episodi relativi ad alcuni crimini dell’uomo che ammontano, come egli dichiara nel quarto episodio, a 61. Questo nell’arco di 12 anni. E’ girato tra Svezia, Danimarca, Inghilterra e finanche in provincia di Grosseto.

Uma Thurman e Matt Dillon

L’avversione per la sceneggiatura e alcune scene è data non soltanto per l’accanimento sulle donne, che costituiscono la maggior parte degli omicidi di questo serial killer, ma perché, soprattutto, nel terzo episodio questo omicida si accanisce contro due bambini, figli di una donna alla quale l’ingegnere fa da “guida turistica”  per effettuare una battuta di caccia ai volatili.

Dopo che gli infanti vengono colpiti a morte con un fucile,  sono  presenti alcune scene sicuramente “compiaciute” che terminano col delitto della madre, ancora, se possibile, più crudele.
Alla fine Jack compone con i numerosi corvi uccisi e la famigliola (madre e due figli) una sorta di “natura morta vivente” sul terreno, in una sorta di quadro circondato da piante.
E’ troppo: tale nequizia ha relegato La Casa di Jack nel libro nero dei film maledetti.
Eppure andrebbe considerato che questa produzione è ottima per alcune ragioni.
Sono entrato mezz’ora prima che la pellicola terminasse, come usava a volte negli anni Settanta. Mi ha colpito la straordinaria serie di scene che vedono protagonisti Matt Dillon e Bruno Ganz, nella sua ultima interpretazione prima della recente scomparsa.
Ganz è Virgilio, un alter ego del celebre poeta mentre Jack assurge addirittura a una sorta di Dante, grazie anche al mantello rosso.
Virgilio conduce il serial killer in grotte e sorgenti sotterranee, mentre la coppia si dirige poi verso un posto “segreto” con una scialuppa, retta da figure umane ma somiglianti  a un quadro.
Il ricorso alle immagini pittoriche qui è ben evidenziato, mentre il riferimento alla Divina Commedia continua con il mostrare una specie di fiume di lava, distruttivo.
Jack è in pieno cupio dissolvi.
Questa parte “punitiva” vuole quasi “scusare” le crudeltà pregresse in un finale riparatorio e  penitenziale, al quale si arriva con un incedere sempre più immerso in citazioni pittoriche, con filmati storici che si riferiscono a Hitller, Mussolini, Stalin etc..
Tale parte “raffinata” fa da contraltare a tutto il resto, che mostra una lucida follia con tecniche convincenti. Il migliore episodio è il primo con l’apparizione di Uma Thurman, splendida nella sua maturità. La Thurman ha la parte di un’autostoppista (causa guasto all’automobile) appassionata di gialli morbosi e serial killer. La sua personalità complessa, di donna insoddisfatta e alla ricerca di emozioni “forti”, per giunta  invadente, fa pensare: se l’è andata a cercare.
Infatti muore travolta da un cric scaraventatole sul volto da Dillon ,ma non è tanto giustificato l’omicidio della vedova pingue interpretata  Shioban  Fallon Hogan, nel ruolo di Claire, subito dopo.
Qui il crimine  è più efferato. La follia di Jack, che ha  anche una proprietà sulla quale costruisce di continuo una casa, che però poi abbatte, si esplica nel disturbo compulsivo di pulire la casa della vedova uccisa da macchie di sangue  anche totalmente inesistenti. Tale disturbo, però, scema con l’incrementarsi dei crimini.
Inoltre nella sua patologia l’ingegnere crede che la pioggia che fa svanire le tracce di sangue dell’omicidio,causa  il cadavere trascinato su strada di Claire, sia una protezione divina.
Nel quarto episodio compare la nipote di Elvis Presley, Riley Keough, nel ruolo di Jacqueline, che Jack chiama però Simple.
La Keough, figlia di Lisa Marie Presley, è l’unica relazione sentimentale mostrata nel film del serial killer. Egli però, misogino e spietatissimo, odia la  fisicità  della bionda- solo  apparentemente un’oca -al pari della sua personalità, considerandola poco intelligente,
Il quinto episodio, ancora più elaborato, vede cinque uomini imprigionati nella cella frigorifera dove Jack conserva moltissimi cadaveri.
Il delirio dell’uomo lo porta a volere comporre una “scultura” con i morti. C’è davvero molto materiale, ma La Casa di Jack, tra musiche di Vivaldi o Bowie,  va visto come un film d’autore nel quale il genio di Von Trier, pur esponendosi troppo con temi-tabù, ha un’altra occasione per dimostrare la sua grandissima arte.
8 marzo 2019

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