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L’illusione del regime change: la dottrina Trump in Venezuela tra neo-imperialismo e macerie

di Cinzia Santoro

Il 3 gennaio 2026 rimarrà impresso nella storia delle relazioni inter americane come il momento di rottura definitiva della legalità internazionale nel XXI secolo. L’Operazione Absolute Resolve condotta dalle forze speciali della Delta Force con il supporto massiccio dell’intelligence della CIA, ha portato al rapimento e alla deportazione a New York del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Un atto unilaterale di forza che l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha giustificato sotto lo spettro della lotta al narcotraffico e alle armi illegali, ma che sul piano geopolitico rappresenta la restaurazione più violenta e anacronistica della Dottrina Monroe.

L’arroganza imperiale si è manifestata nelle parole stesse di Trump, il quale ha dichiarato senza mezzi termini che gli Stati Uniti avrebbero “gestito” il Venezuela per tutto il tempo necessario a garantire una transizione di comodo. Questo approccio non è un fulmine a ciel sereno, bensì il culmine di una strategia di massima pressione militare ed economica iniziata sin dal gennaio 2025, che ha visto lo schieramento di circa il 25% della Marina statunitense al largo delle coste venezuelane. Il blitz di gennaio ha provocato la morte di decine di civili venezuelani e militari cubani, svelando il volto più crudo di un interventismo unilaterale che calpesta l’autodeterminazione dei popoli in nome di un’esclusività geopolitica emisferica.

Delcy Rodríguez

Dopo la rimozione coatta di Maduro, il Tribunale Supremo di Giustizia venezuelano ha formalizzato l’insediamento della vice-presidente Delcy Rodríguez alla guida del Paese. Tuttavia, il governo di transizione della Rodríguez si trova stretto in un paradosso istituzionale insanabile: da un lato tenta di proiettare una parvenza di continuità amministrativa, dall’altro opera come un vero e proprio protettorato coloniale sotto la tutela di Washington.
La normalizzazione forzata imposta dagli Stati Uniti prevede la riapertura dei canali diplomatici, ma la sovranità venezuelana è azzerata. Le analisi dei media indipendenti mostrano come il nome di Maduro sia stato letteralmente “cancellato” dai discorsi pubblici della stessa Rodríguez, passando da 86 menzioni nei giorni successivi al raid a pochissimi accenni isolati nei mesi successivi. Questa damnatio memoriae non maschera però la realtà: il governo provvisorio non gode di una reale legittimità democratica, ma sopravvive unicamente grazie al benestare della Casa Bianca e del Segretario di Stato Marco Rubio, che mantengono il controllo strategico del territorio attraverso una presenza militare costante.

Mappa dei giacimenti petroliferi

Il vero motore dell’intervento dell’amministrazione Trump non risiede nella promozione della democrazia, un concetto alieno alla prassi transazionale del presidente, bensì nel controllo delle più vaste riserve di petrolio del pianeta. Trump stesso ha ammesso apertamente che le risorse energetiche sottratte sarebbero state utilizzate per compensare le compagnie petrolifere statunitensi e “rimborsare” gli Stati Uniti per i presunti danni subiti dal chavismo.

Barili di petrolio-Venezuela

Nel primo trimestre del 2026, il Venezuela ha esportato circa 100 milioni di barili di greggio, per un valore stimato di ben 8 miliardi di dollari. La Casa Bianca ha strutturato un meccanismo di custodia finanziaria coloniale altamente opaco per il controllo di questi proventi.
I fondi petroliferi sono stati inizialmente convogliati su conti bancari schermati in Qatar e
successivamente, le entrate sono state poste sotto la diretta gestione del Dipartimento del Tesoro statunitense.
Di questa immensa ricchezza nazionale, quasi nulla è arrivato alla popolazione civile venezuelana. Le multinazionali fossili americane stanno ottenendo contratti preferenziali estrattivi, mentre l’infrastruttura energetica interna rimane fatiscente e richiede investimenti miliardari a lungo termine. L’economia del Paese è stata ridotta a una pura risorsa di cassa a beneficio delle ambizioni commerciali di Washington.

Uno degli aspetti più cinici della strategia geopolitica di Trump è stato il totale ripudio dell’opposizione democratica interna guidata da Maria Machado. Nonostante la Machado rappresenti per anni il punto di riferimento delle forze democratiche e sia stata insignita di riconoscimenti internazionali, l’amministrazione Trump ha categoricamente rifiutato di sostenerla o di riconoscerne la leadership nel processo di transizione.
L’approccio di Trump è puramente utilitaristico: un leader forte, indipendente e con un’agenda di reale ricostruzione democratica come la Machado rappresenterebbe un ostacolo al controllo diretto che gli Stati Uniti intendono esercitare sulle risorse e sulle istituzioni venezuelane. Washington preferisce l’interlocuzione con figure deboli o ricattabili del vecchio apparato, piuttosto che favorire un processo elettorale trasparente che porterebbe l’opposizione civile al potere.

Maria Machado

Nelle strade di Caracas e degli altri centri urbani, i gruppi paramilitari noti come colectivos continuano a pattugliare i quartieri, ispezionando i telefoni dei cittadini a caccia di post critici verso le autorità. La transizione promessa si è risolta in un mero cambio di padrone: la repressione non serve più a proteggere l’ideologia del “Socialismo del XXI Secolo”, ma a garantire l’ordine pubblico necessario affinché Washington possa estrarre petrolio senza il disturbo di proteste sociali o rivendicazioni sindacali.

La fragilità e l’ipocrisia del modello di stabilizzazione americano sono emerse in tutta la loro drammaticità a fine giugno 2026, quando il Venezuela settentrionale è stato colpito da due devastanti terremoti consecutivi con epicentro a La Guaira. Le scosse hanno provocato oltre 1.700 morti accertati, migliaia di dispersi, più di 5.000 feriti e il crollo parziale o totale di centinaia di edifici, lasciando oltre 12.000 sfollati in una situazione di assoluta vulnerabilità.
Mentre organizzazioni internazionali come Medici Senza Frontiere denunciavano che La Guaira appariva come una vera e proprio “zona di guerra” e cercavano di distribuire kit di emergenza medica, la risposta della macchina imperiale statunitense si è rivelata scandalosamente insufficiente. A fronte di un fabbisogno umanitario stimato dalle Nazioni Unite ben superiore ai 600 milioni di dollari (già prima del sisma), l’amministrazione Trump ha stanziato la misera cifra di 300 milioni di dollari per i soccorsi.
Questo avviene mentre il Tesoro americano trattiene miliardi di dollari derivanti dalle esportazioni forzate del petrolio venezuelano. La priorità di Trump e Rubio rimane la sicurezza dei cittadini statunitensi in loco e il controllo militare dei siti estrattivi e dell’aeroporto di Caracas, mentre la popolazione civile viene abbandonata a se stessa tra le macerie, a dimostrazione che la dottrina dell’interventismo non ha alcun interesse reale per il benessere dei popoli occupati.

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