La società del rumore e gli ultimi custodi dell’umano Società e Cultura 25 Maggio 202625 Maggio 2026 di Pietro Fabris Il nostro tempo ha smarrito il silenzio. Le città contemporanee, illuminate da led aggressivi e insegne che non conoscono tregua, si sono trasformate in scenografie permanenti del consumo. Anche la notte, un tempo spazio di raccoglimento e misura, è stata colonizzata dal frastuono visivo e simbolico di una civiltà che teme il vuoto più di ogni altra cosa. Dentro questa recita continua, l’individuo moderno appare sempre più incapace di sostare davvero nel pensiero: parla incessantemente, produce opinioni immediate, partecipa a indignazioni stagionali, ma raramente si confronta con domande autentiche. Sembra che sia proprio la domanda, quando è radicale e non addomesticata, a rappresentare il gesto più pericoloso per ogni società fondata sulla comodità e sull’adattamento. Le domande vere incrinano il linguaggio del potere, disturbano il quieto vivere, costringono a guardare ciò che normalmente viene lasciato ai margini dello sguardo. Per questo ogni epoca diffida non tanto di chi urla, ma di chi osserva lucidamente, di chi rifiuta l’ipocrisia collettiva e non accetta che l’utilitarismo assolva ogni compromesso morale. In questo scenario risultano particolarmente scomodi i cosiddetti “testimoni di frontiera”: figure che praticano un umanesimo concreto, refrattario alle semplificazioni ideologiche. Non trasformano gli ultimi in simboli da esibire, ma li riconoscono come persone reali. Parlano di pace in un sistema che vive di conflitto permanente, di libertà di coscienza in istituzioni spesso dominate dalla logica del controllo. La loro forza destabilizzante nasce dal fatto che non separano mai il pensiero dalla carne viva della storia. Nel frattempo, le società occidentali continuano a produrre simultaneamente apparente benessere e solitudine. Da una parte il desiderio incessante del possesso, dall’altra l’espansione di una fragilità collettiva sempre più evidente. La tragedia contemporanea non consiste soltanto nell’indifferenza verso la sofferenza, ma nella sua normalizzazione. Guerre, povertà, migrazioni e corpi senza riparo scorrono davanti agli occhi come sfondo permanente del flusso mediatico: vengono consumati accanto alle pubblicità, ai video rapidi, alle conversazioni distratte della sera. La sofferenza non scandalizza più; viene assorbita dal ritmo dell’intrattenimento. Anche la cultura, in molti casi, sembra aver rinunciato alla propria funzione critica. Una parte dell’intellettualità urbana si limita a generare una ribellione estetica, elegante ma innocua. Nei luoghi della socialità contemporanea proliferano commercianti della parola brillante, professionisti dell’indignazione simbolica, interpreti di un linguaggio che parla continuamente di libertà, inclusione e rivoluzione senza aver mai attraversato davvero la ferita umana che quelle parole presuppongono. È una retorica velenosa, leggera, consumabile facilmente, incapace di incidere sulla realtà. Accanto a questa superficie si muovono poi gli “antiquari del pensiero”: custodi di memorie e citazioni che rischiano di trasformare la cultura in reliquia e la poesia in puro esercizio ornamentale. Abitano il passato come una vetrina, ostentano raffinatezze e gravità, ma spesso finiscono per assomigliare a statue immobili, incapaci di dialogare con il dolore vivo del presente. E tuttavia, sotto il rumore incessante della modernità, qualcosa resiste ancora. Sopravvive nei margini, nelle esistenze senza voce, in coloro che conservano uno sguardo inquieto sul mondo e non accettano di ridurre la vita a spettacolo. Forse il bisogno più urgente del nostro tempo è proprio questo: recuperare la capacità di ascoltare per discernere. Ridurre il superfluo delle parole, sottrarsi alla continua esposizione di sé, ritrovare una solitudine limpida, feconda e non narcisistica in cui ciascuno possa misurarsi con la propria coscienza senza pubblico e senza maschere: la famosa radura degli alberi nudi. Una civiltà comincia a decadere quando non distingue più il vero dal rumore, il pensiero dalla propaganda, la compassione dalla sua imitazione spettacolare. E allora rimane soltanto una folla insonne, ipnotizzata dagli schermi e dalle insegne, incapace di comprendere che ogni autentica alba non nasce dal frastuono del mondo, ma da ciò che, ostinatamente, continua a cercare verità dentro la miniera della notte. 25 maggio 2026