Zohar Regev e il prezzo del dissenso in Israele Diritti umani Politica internazionale 25 Maggio 202625 Maggio 2026 di Cinzia Santoro Zohar Chamberlain Regev Il caso di Zohar Chamberlain Regev pone una domanda scomoda a Israele: cosa significa essere “cittadini” quando la cittadinanza viene usata per mettere in stato d’accusa chi contesta le politiche dello Stato? Regev non è un’attivista straniera da espellere in 48 ore. È nata a Kfar Hahoresh, ha perso una gamba in un incidente a Gerusalemme, ha fatto l’esercito come tutti. Poi nel 2009, dopo Piombo Fuso, ha deciso che il suo dovere morale andava oltre i confini del kibbutz. Da allora ha scelto il mare: Zaytouna-Oliva, Al Awda, e ora la flottiglia del maggio 2026. Il 21 maggio il tribunale di Ashkelon l’ha rimandata a casa con una cauzione e un divieto di 60 giorni a Gaza. La polizia ne chiedeva 184. Il giudice Peres ha ridotto, ma non ha assolto: ha trovato “sospetto ragionevole” di tentativo di infiltrazione. Come sempre quando si parla di Israele i paradossi giuridici emergono. Regev viene fermata in acque internazionali su una nave battente bandiera polacca. Viene portata in Israele e processata per “ingresso illegale in Israele“. È come arrestare qualcuno per aver cercato di entrare in una casa dalla quale lo si sta trascinando fuori. La difesa di Adalah lo chiama “arresto illegale“. Il giudice lo definisce “competente” perché l’unità investigativa è ad Ashkelon. L’etichetta: in Israele Regev viene chiamata “traditrice“. Lei risponde che lo considera un onore. In una democrazia, il tradimento è un reato preciso: passare al nemico in guerra. Il dissenso non è tradimento. Confondere le due cose è il modo più rapido per svuotare di significato sia la parola “traditore” sia la parola “democrazia“. La flottiglia del 2026 arriva in un momento in cui il blocco di Gaza è tornato al centro del dibattito internazionale. Israele lo difende come misura di sicurezza prevista dal diritto internazionale. La Freedom Flotilla lo contesta come “punizione collettiva“. I video pubblicati da Ben-Gvir con i detenuti inginocchiati, e il rimprovero di Netanyahu, mostrano una tensione interna: come si gestisce l’immagine quando si gestisce la sicurezza? Regev paga personalmente questa tensione. È cittadina, quindi non può essere espulsa. Non è straniera, quindi non può essere ignorata. Deve affrontare un processo, la detenzione, lo sciopero della fame, le accuse di maltrattamento. Il prezzo del dissenso interno è sempre più alto del prezzo del dissenso esterno. Il problema non è se Regev abbia ragione o torto sul blocco. Il problema è se uno Stato democratico può permettere a una sua cittadina di perdere una gamba per un incidente, e poi di perdere la libertà per averlo raccontato in mare. Il giudice ha scelto una via di mezzo: non carcere, ma restrizioni. Non assoluzione, ma nemmeno i 184 giorni chiesti dalla polizia. È una sentenza tecnica, ma politicamente è un messaggio: si può dissentire, ma a condizioni. La domanda che resta è se queste condizioni siano compatibili con l’idea stessa di dissenso. Perché se per contestare una politica devi firmare cauzioni, divieti e obblighi di firma, allora il diritto di protesta non è più un diritto. È una concessione. L’attivista dice che essere chiamata “traditrice” è la conferma nella sua battaglia. Forse il vero banco di prova per Israele è se può permettersi di non chiamarla così. 25 maggio 2026