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Se la demolite, ne costruiremo un’altra: la resistenza culturale che non si cancella

La situazione di Gaza @foto di Khan Yunis
Cinzia Santoro

di Cinzia Santoro

L’istituzionalizzazione della cancellazione: la nuova fase del conflitto in Palestina

A tre anni dall’inizio della fase più acuta e devastante della guerra nella Striscia di Gaza, la narrazione del conflitto rischia spesso di appiattirsi sulla pura contabilità del dolore. Eppure, gli ultimi eventi tra Gaza e la Cisgiordania occupata dimostrano che non siamo di fronte a una semplice prosecuzione della violenza, ma a una transizione strategica e legislativa verso la normalizzazione e la burocratizzazione della cancellazione del popolo palestinese.

Il dato più allarmante di questa nuova fase non arriva soltanto dai cieli di Gaza, dove i droni continuano a colpire indiscriminatamente il quartiere residenziale di Al-Tuffah o le fragili tendopoli dei rifugiati a Khan Yunis, strappando vite come quella del giovane soccorritore Mohamed Tamous. Arriva, in modo ancora più strutturale, dalle aule parlamentari e dai canali ufficiali della propaganda militare.

L’annuncio ripetuto da parte dell’esercito israeliano riguardo al presunto uso militare degli ospedali Nasser, Al-Shifa e Kamal Adwan risponde a un copione già visto: la fabbricazione preventiva di un pretesto burocratico per legittimare l’annientamento delle ultime difese sanitarie della Striscia. La distruzione non è più un effetto collaterale, ma un atto pianificato e giustificato ex ante.

I giornalisti Al-Wahidi e Abdelwahid
I giornalisti Al-Wahidi e Abdelwahid

Questo processo di istituzionalizzazione trova il suo corrispettivo più feroce nella riforma del sistema penale israeliano, che ha formalmente introdotto la pena di morte per i prigionieri palestinesi. Le associazioni per i diritti umani lo descrivono lucidamente non come una misura punitiva, ma come l’adozione dell’omicidio di Stato quale politica ufficiale, dotata di una copertura legislativa formale. In questo labirinto di detenzioni preventive e sparizioni forzate — dove i giornalisti Nidal Al-Wahidi e Haitham Abdelwahid rimangono inghiottiti da tre anni senza accuse né localizzazione — storie come quella di Jana Ihsan Abu Warda, capace di recitare l’intero Corano in una sola seduta, in cella, smettono di essere semplici aneddoti di cronaca per diventare simboli di una resistenza culturale e spirituale che le mura di un carcere non riescono a contenere.

La tragica situazione in Cisgiordania
La tragica situazione in Cisgiordania

Contemporaneamente, in Cisgiordania, la violenza ha cambiato definitivamente veste, saldando l’azione dell’esercito regolare a quella delle milizie dei coloni estremisti. Quando un uomo come Ali Al-Bazzari viene freddato mentre raccoglie le olive sulla propria terra a Ramin, o quando intere comunità come Hawara e Masafer Yatta vengono dichiarate «zone di tiro» per legalizzare l’espulsione di chi vi abita da generazioni, assistiamo alla frammentazione deliberata di un tessuto sociale. Non si tratta di incidenti isolati, ma di una strategia combinata di restrizioni, demolizioni di case e scuole, e intimidazioni armate che dal 2023 ha già sradicato oltre 6.500 persone dalle loro case.

Tuttavia, in questo panorama di macerie materiali e legislative, l’ostinazione di voci come quella della reporter Bisan Owda, che interroga il mondo sulla sua indifferenza, o la fermezza della giovane Shama Adel Hamamdeh di fronte al colono che minaccia la sua casa («Se la demolite, ne costruiremo un’altra»), indicano che la scommessa della cancellazione totale ha trovato un limite invalicabile. La terra, la memoria e il diritto di esistere resistono, nonostante la legge e i carri armati provino a decretarne la fine.

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