Prigioni come lager: la tortura sistematica nelle carceri dell’occupazione coloniale Diritti umani Politica internazionale 2 Maggio 20262 Maggio 2026 di Cinzia Santoro Centro di detenzione Sde Teiman Oltre i reticolati di Sde Teiman, Megiddo e delle altre carceri dell’occupazione, non si sta consumando una semplice “crisi umanitaria”, ma il tentativo deliberato di annientamento psicofisico di un intero popolo. Ciò che i report di B’Tselem e le testimonianze dei sopravvissuti descrivono è il successo di una precisa strategia politica: l’uso del corpo dei prigionieri palestinesi come terreno di vendetta e come strumento per spezzare la resistenza nazionale. La tortura elevata a protocollo di Stato sotto la direzione del governo suprematista e del Ministero della Sicurezza Nazionale, la privazione del cibo, l’umiliazione sessuale e la violenza fisica non sono più eccezioni, ma protocolli istituzionalizzati. Non siamo di fronte a “mele marce”, ma alla militarizzazione della tortura. Ogni palestinese sequestrato, che sia un giornalista, un medico o un ragazzino viene trattato come un ostaggio politico da de umanizzare. Questo sistema non cerca la giustizia, ma mira a inviare un messaggio di terrore a chiunque osi opporsi all’occupazione coloniale. Lo strumento della detenzione amministrativa è, a tutti gli effetti, una forma di rapimento legale. Migliaia di palestinesi sono oggi prigionieri senza accuse, senza prove e senza processi, sequestrati dalle loro case per il solo crimine di esistere e resistere in quanto tali. Questo “apartheid giudiziario” garantisce l’impunità assoluta ai carnefici della Knesset e ai soldati nelle celle, mentre nega ogni diritto fondamentale ai legittimi proprietari della terra, trasformando il sistema carcerario in una prosecuzione della Nakba con altri mezzi, con la complicità criminale dell’Occidente. Mentre dalle carceri giungono prove inconfutabili di crimini contro l’umanità, il silenzio della diplomazia occidentale suona come un avallo. L’Unione Europea, continuando a garantire privilegi economici e politici a chi gestisce centri di tortura, si rende complice attiva dell’oppressione. Le sterili espressioni di “preoccupazione” di Bruxelles non sono altro che una maschera ipocrita preoccupazione” che permette a Israele di agire al di sopra di ogni legge internazionale, finanziando di fatto il mantenimento di un sistema coloniale brutale. Ofer -Campo di tortura per prigionieri palestinesi I dati aggiornati al 2026 Ostaggi politici: Oltre 9.500 palestinesi nelle carceri (quasi il 50% in detenzione amministrativa). Minori sequestrati: Oltre 250 bambini e ragazzi sottoposti a regimi di detenzione militare. Più di 100 palestinesi morti per torture e privazione di cure mediche dall’ottobre 2023 a oggi. Una commissione d’inchiesta dell’ONU ha presentato un rapporto nel marzo 2026 in cui accusa formalmente le forze israeliane di utilizzare la violenza sessuale e riproduttiva come tattica di guerra sistematica. L’ obiettivo è politico, le violenze non sono abusi isolati, ma mirano a umiliare, punire e sottomettere la popolazione palestinese nel suo complesso. I metodi documentati: Stupri, stupri di gruppo, nudità forzata pubblica, scosse elettriche ai genitali e aggressioni sessuali tramite l’uso di cani addestrati. Il caso di Sde Teiman e l’impunità del centro di detenzione militare di Sde Teiman è diventato il simbolo di questi abusi.Nel 2024 è trapelato un video di sorveglianza che mostrava soldati mentre abusavano sessualmente di un detenuto con un oggetto contundente, causandogli gravi lesioni interne.Il caso è stato archiviato con l’ impunità istituzionale. Nonostante le prove mediche e video, a marzo 2026 la magistratura militare israeliana ha archiviato tutte le accuse contro i cinque soldati coinvolti, citando “difficoltà probatorie”. La decisione è stata duramente condannata da Amnesty International. Sono stati ampiamente documentati casi di violenza sessuale di ragazze e donne durante l’arresto e la detenzione, inclusi stupri e minacce di stupro per estorcere confessioni. L’uso della nudità forzata e delle violenze genitali su ragazzi e uomini è stato descritto dall’ONU come un metodo specifico per distruggere l’integrità psicofisica della figura maschile palestinese. La violenza sessuale è agita anche su decine di cronisti palestinesi, come denuncia il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) . Narrare è resistere, documentare l’inferno delle carceri non è solo un dovere professionale, è un atto di resistenza. In un momento in cui l’occupante cerca di oscurare la verità attraverso il sequestro dei giornalisti e la censura, dare voce ai prigionieri significa ribadire il loro diritto inalienabile alla libertà. La lotta per i diritti dei prigionieri palestinesi è la linea del fronte della giustizia globale: o si sta con gli oppressi, o si è guardiani di questo lager a cielo aperto. 2 maggio 2026