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La Fotografia è un mestiere non improvvisazione

di Pietro Fabris

Gianni Berengo Gardin, fotografo e fotoreporter è stato maestro per tanti con la sua fotocamera e il senso del rigore nello scatto. Non si stancava mai di ripetere: “Bisogna Pensare, bisogna Osservare prima di scattare”. Un uomo che non amava le manipolazioni dell’immagine. E’ stato un testimone del proprio tempo. Fotografava per denunciare con gli occhi sgranati nel mirino, sguardo attento sul mondo reale, ma invisibile ai più. E’ lui stesso a raccontare dei suoi primi anni da foto amatore, di quando lo zio che viveva in America, intuendo il suo talento narrativo, gli fece avere i libri della Farm Sicurity Administaration, dell’AIF, di Eugene Smith, di Dorothea Lange la quale diceva: “La macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza macchina fotografica”.

Per Berengo Gardin la fotografia è un mestiere non improvvisazione. Bisogna studiare! E lui, con i suoi scatti ci ha mostrato la “Commedia Umana” nei suoi diversi aspetti. In uno scatto vi è un racconto che non presta il fianco ai dubbi. Foto asciutte, affilate che sanno inchiodare l’osservatore e interrogarlo. “Morire di Classe” va ben oltre la denuncia è l’Urlo di chi, dalle gabbie del manicomio, grida la parola: Umanità. Ho sempre pensato fosse veneziano anche se è nato a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre del 1930. Indimenticabili quelle foto di navi da crociera, i transatlantici che sembravano assediare la serenissima! Fotografare è impegno civile! Il suo è uno sguardo attento e sensibile che, dagli anni cinquanta non ha smesso di immortalare il paesaggio con le sue evoluzioni o involuzioni, quel mutamento silenzioso che trasforma le visioni e annega l’autenticità nei rapporti col mondo. Un artista curioso della vita che ha messo a fuoco la varietà dell’ESSERE nei suoi aspetti molteplici con un certo tocco lirico, spaziando dal sociale, dal quotidiano, dall’architettura al paesaggio.

Quante sue foto in bianco e nero appaiono come spartiti incisivi, composizioni evocative, preludio a storie fantastiche senza che avesse avuto il bisogno di alterarne l’immagine. Era noto a tutti che non amasse i ritocchi fotografici o le alterazioni. Con il suo bianco e nero catturava l’essenza, eppur in ogni suo scatto vi sono tutti gli ingredienti per osservare, imparare ad ascoltare il mondo, a confrontarsi con l’ambiente grazie alla sua lente chiara e a quel tocco rispettoso dei luoghi. “Il fotografo è paziente, scatta nell’attimo giusto, perché ha in sé il racconto illuminante che deve realizzare, oggi siamo subissati da foto banali che rischiano di offuscare piuttosto che essere fonte di chiarezza”. Nei suoi obiettivi si sposano cultura, sensibilità, consapevolezza ed eleganza che solo i grandi posseggono. Gianni Berengo Gardin, un’enciclopedia d’interessi, sempre aperto al dialogo con una grande carica di umanità grazie alla quale ha realizzato oltre trecento personali di fotografia in Italia e all’estero. Ha ricevuto tantissimi riconoscimenti! Ne cito alcuni: L’Oskar Barnack ad Arles, L’Oscar Barnack Award per il reportage sulle comunità di zingari in Italia. (Il progetto fotografico fu pubblicato in un volume dal titolo: “Disperata Allegria-vivere da zingari”). A New York gli fu assegnato il “Lucie Award” alla carriera e l’Università di Milano gli conferì la Laurea Honoris Causa in storia e critica dell’Arte, ma lui rimaneva affabile. Ha pubblicato più di 250 libri fotografici. Ha saputo immortalare la società con l’amore di un Artigiano che pensa i suoi scatti come pezzi unici, foto che ritroviamo già nel 1954 sulla rivista “il Mondo” di Mario Pannunzio. Una carriera che lo portò a collaborare con testate nazionali e internazionali come: Domus, Epoca, Le Figaro, L’Espresso, Time e Stern. Ha collaborato con architetti del calibro di Carlo Scarpa e Renzo Piano per il quale documentò le fasi di realizzazione dei loro progetti architettonici. Ci ha lasciato un archivio monumentale di oltre due milioni di scatti e una Autobiografia dal titolo: “In Parole Povere”, in un certo senso il suo testamento artistico. Di lui scrisse Italo Zannier: “… Gianni Berengo Gardin con la sua capacità di visualizzazione virtuosistica è il fotografo più ragguardevole del dopoguerra, quello che meglio ha saputo mediare proficuamente tra le varie tendenze con un acume visivo, non si è lasciato condizionar troppo dal gusto del momento, slittando subito oltre la moda per cercare garanzie soprattutto nella chiarezza dello sguardo”.

12 agosto 2025

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