Giovanni Impastato uomo libero che lotta per la libertà presenta “Oltre i cento Passi”

intervista di Cinzia Santoro

Si respira un’aria di attesa al Caffè Letterario Undercover di Valentina Bello, a Martina Franca. A breve arriva Giovanni Impastato. Un pubblico eterogeneo per estrazione ed età attende di incontrarlo. Mi distraggo a salutare un’amica ed eccolo entrare accompagnato da Antonio Fanelli, direttore della casa editrice Mama Dunia, e Valentina Pierro, criminologa e responsabile per Casa Memoria in Puglia. Ci accomodiamo per l’intervista. Impastato appare da subito cordiale e diretto. La sua narrazione è sciolta, lineare, inevitabilmente sentita, ma anche molto serena. Dopo quarant’anni, la verità processuale e quella storica gli hanno ormai donato un sentimento di pacificazione.

-Lei è cresciuto in una famiglia in cui vigeva il codice d’onore mafioso; come ha vissuto la sua infanzia e cosa si porta dentro di quel dolore?

Il periodo della mia infanzia, paradossalmente, è stato il periodo più bello della nostra vita. L’abbiamo vissuto a contatto con la natura, con un paesaggio stupendo.. e con la mafia, perché la nostra era una famiglia mafiosa. Abbiamo vissuto nella tenuta dello zio Cesare Manzella. Per noi andava tutto bene, perché la mafia ce la raccontavano come qualcosa di positivo, legata a un codice d’onore che si sostituiva ai vuoti lasciati dallo Stato e che contrastava le ingiustizie dello Stato. Però, dopo la morte dello zio, abbiamo capito che non era così. Peppino inizia la sua ribellione. Aveva quindici anni. Tutti i ricordi dell’infanzia, la natura, gli animali, i colori, li abbiamo rivisti come una cartolina in bianco e nero, sfocata. Finisce la nostra infanzia. Subito diventiamo grandi, adulti, e Peppino inizia la sua attività. Erano gli anni ’60, un momento particolare, magico, di lotte, di trasformazioni, e i giovani ci credevano. Si avvicinava la protesta studentesca e del movimento operaio. Peppino fonda il giornale “L’idea”. Un giornale molto povero: usciva dal ciclostile e i fogli venivano spillati. Era tuttavia un giornale forte, dirompente, perché aveva un ruolo importante: quello di emancipare la realtà con delle informazioni di un certo tipo con cui attaccava, metteva in evidenza i rapporti tra il potere istituzionale degli amministratori locali e la mafia.

-Sua madre Felicia è una donna ancorata alla tradizione, una moglie fedele, ma è anche una mamma coraggiosa che, dopo la morte del marito, prende coscienza e si ribella alla famiglia. Quale ricordo conserva?

Abbiamo avuto poche possibilità di stare insieme. Ad un certo punto in famiglia iniziano i dissidi. Mia madre diventa protettrice e complice di Peppino. Il momento più bello lo abbiamo vissuto poco prima che lui fosse ripudiato e buttato fuori di casa da mio padre: nostra madre ci inondava di affetto e riempiva le nostre ore con il racconto dei suoi ricordi.
Cosa avete provato quando, nel corso delle indagini, vi siete accorti che nella morte di Peppino oltre alla mafia c’erano anche i servizi deviati?
Un senso di sconforto, di delusione, di sconfitta. Abbiamo realizzato che i nostri nemici non erano stati solo i mafiosi, ma anche quella parte notevole delle istituzioni che cercava di affossare la verità portando avanti la tesi dell’attentato terroristico. Ci siamo ritrovati terribilmente soli, bersagliati e contrastati da tutti. Però abbiamo avuto la capacità di trattenere le lacrime, di reagire, di rimboccarci le maniche e di andare avanti.
Quel giorno in cui sua madre, in aula, ha ascoltato la sentenza e ha avuto la possibilità di guardare negli occhi Badalamenti accusandolo di essere l’assassino di suo figlio, forse è riuscita a ridare la vita a Peppino?
Uso un termine forte: lo ha resuscitato.

Che tipo di mafia c’è oggi a Cinisi?

A Cinisi c’è la stessa mafia che c’è a livello nazionale, una mafia che ormai è inserita molto bene all’interno del sistema di potere economico e politico, che continua a fare i suoi affari. Una mafia sommersa che non vediamo più in giro. Quando Badalamenti si affacciava al balcone, non era certo per fare comizi; ma tutti dovevano sapere che lui era il capo mandamento. Oggi non è più cosi, la mafia ha cambiato totalmente strategia. Oggi si parla di “borghesia mafiosa”. Prima c’era un intreccio tra due realtà: da un lato queste persone che avevano la quinta elementare e che da sole non potevano andare da nessuna parte, dall’altra quei settori di stratificazione sociale chiamata borghesia. Ora i nuovi componenti della cupola mafiosa sono direttamente loro: gli imprenditori, i banchieri, gli avvocati, i medici, i politici.

Lei, oggi, ha paura della mafia?
Diciamo che oggi bisogna stare attenti, non si deve essere spregiudicati. La mia vera paura è quella di una mafia che ancora non riusciamo a sconfiggere perché manca la reale volontà di farlo. In questo momento non la vedo come una priorità da parte dei soggetti che dovrebbero combatterla.

Cos’ha fatto di concreto l’attuale governo, in questi primi sei mesi, per la lotta alla mafia?

Non vedo molto. Quelle operazioni di polizia contro la mafia che si sono concretizzate, erano state pianificate in precedenza. Non mi sembra che questo governo abbia fatto chissà cosa. La mafia continua a sviluppare un volume di affari enorme mentre la politica veicola e comunica la barzelletta del “problema migranti”. E inoltre, parlando di immigrazione, si distoglie l’attenzione anche dalla “emigrazione”, quella dei nostri giovani che ogni anno lasciano il paese perché, nonostante un percorso di formazione qualificante, non riescono ad inserirsi nel sistema lavorativo, ad integrarsi. E sono il doppio di quelli che entrano.

Forse c’è qualcosa che non va all’interno del nostro tessuto sociale?

Quello è demolito.

13 gennaio 2019

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