Teatro Integrato: nuova realtà salentina

di Cinzia Santoro
In Italia esistono ormai molte realtà valide che si occupano di Teatro Integrato. Con il teatro integrato la frustrazione di non poter fare qualcosa si tramuta in una nuova possibilità.    Cosa posso fare a partire dalla mia condizione? Quanto posso spingermi oltre i miei limiti? Come trasformare quello che è stato etichettato come un limite in un atto artistico e comunicativo? Sono queste alcune delle domande che il teatro integrato pone ai partecipanti, spronandoli ad una ricoperta di se stessi e delle proprie capacità.

Ne parliamo con Chiara D’Ostuni regista e Cristina Pipoli blogger.

Teatro integrato come nasce questa realtà Chiara?

Il mio progetto di teatro integrato ha iniziato a muovere i suoi primi passi, più di dieci anni fa, all’interno  di un mio percorso di ricerca basato sugli studi in ambito artistico, educativo e sociale. Nasce con la volontà di creare uno spazio di creatività e conoscenza di sé stessi attraverso tecniche di teatro e danza creativa.

Quanto è importante l’integrazione nel teatro integrato?

L’integrazione è un aspetto peculiare di questo tipo di laboratorio esperienziale poiché è aperto a persone con e senza disabilità. Le persone che vi partecipano prendono contatto e consapevolezza con i propri limiti ( fisici e mentali) e comprendono poco a poco le dinamiche che gli permettono di viverli in maniera creativa.

Quanto impegno richiede la conduzione di un laboratorio teatrale di questo genere?

La conduzione di questi laboratori è una faccenda molto delicata che deve essere affidata a persone che hanno maturato una certa esperienza nel campo.   Non basta essere un attore o un regista, bisogna coltivare doti come ascolto, osservazione, empatia e soprattutto pazienza. Il conduttore deve adattare, modellare le sue conoscenze artistiche al contesto che si crea, senza perdere mai di vista l’importanza del percorso. Il prodotto finale, che sia spettacolo o performance, non deve essere la priorità di chi conduce. L’obiettivo deve essere sempre lo sviluppo delle capacità relazionali, il controllo dei flussi emotivi,  l’allenamento ad una nuova visione del mondo in cui tutti hanno diritto ad esprimersi.

Quale ritorno si ha nel teatro integrato ?

Spesso si pensa che sia solo il conduttore a donare ai partecipanti le sue capacità, gli insegnamenti, il tempo e la pazienza. Non è così. Il teatro integrato è basato sullo scambio e il conduttore può imparare molto dagli altri. A livello artistico si sperimentano sempre nuove modalità di comunicazione che possono arricchire il proprio bagaglio espressivo. Umanamente parlando, poi, si instaurano degli scambi basati su una profonda umiltà e sul coraggio di rialzarsi dopo ogni caduta. Si diventa più forti insieme, nonostante i momenti difficili. Questi ultimi sono da tener conto sempre. Gli equilibri di questo laboratorio sono molto delicati e basta un cambiamento di umore di uno per contaminare quasi tutto il gruppo. Una delle soddisfazioni più grandi per chi conduce è constatare che i partecipanti cambiano, si evolvono, si riscoprono. Una voce flebile inizia a diventare sempre più forte, un corpo ripiegato su se stesso ritrova la sua grazia, uno sguardo basso si apre verso gli altri, la testa si alza. I corpi e le voci ritrovano la loro dignità sulla scena e parlano. Questo mi fa credere ogni giorno di più nell’importanza di questo lavoro.

Come nasce la collaborazione con Cristina?

La collaborazione con Cristina è nata quasi casualmente. Lei è un’educatrice e mi ha proposto di donare le sue conoscenze nel contesto del laboratorio. D’altra parte l’educazione attraverso il teatro è uno dei capisaldi del laboratorio. Cristina si sta impegnando soprattutto nella stesura di un diario di bordo di ogni incontro che vada a costruire una sorta di archivio delle attività del percorso.  Attraverso questo lavoro è possibile comprendere le criticità e gli obbiettivi raggiunti.

Cristina aggiunge : Sono un’educatrice e una blogger, quando ho compreso l’importanza del Teatro Sociale condotto da Chiara, ho colto l’occasione per scendere in profondità accogliendo la sofferenza altrui. Nel nostro laboratorio sono educatrice e attrice e nella diversità di ognuno avviene lo scambio profondo. Ad esempio accanto a Marco ho chiuso gli occhi e lui mi spronava ad accarezzare e toccare con le dita un cofanetto rivestito di stoffa. Marco è un giovane scrittore ipovedente e con lui ho apprezzato i ricami e i disegni che mi apparivano sotto le dita. Fantastico!

Interessante lavoro svolto da due giovani donne del Sud, che con tenacia perseguono il nobile obiettivo dell’integrazione.  Ne sono certa di Chiara e Cristina sentiremo ancora parlare.

4 dicembre 2018

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