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Il 9 aprile 1948: la notte in cui la guerra arabo-israeliana coinvolse il porto di Bari

di Pietro Fabris

Nel cuore della primavera del 1948, mentre in Medio Oriente si preparava la nascita dello Stato di Israele e il conflitto con i Paesi arabi appariva ormai imminente, il porto di Bari finì coinvolto in una delle più audaci operazioni clandestine del Mediterraneo. Nella notte tra il 9 e il 10 aprile, la nave mercantile italiana Lino, ormeggiata al Molo Borbonico, venne sabotata da un commando subacqueo legato ai servizi israeliani. Fu uno dei primi episodi della guerra arabo-israeliana combattuti lontano dal fronte ufficiale.

La Lino, partita da Fiume e diretta a Beirut, trasportava un carico strategico destinato alla Siria: migliaia di fucili Mauser e milioni di cartucce acquistati in Cecoslovacchia. Per i dirigenti sionisti quelle armi rappresentavano una minaccia diretta per il futuro Stato ebraico. David Ben Gurion affidò così al Mossad e al Palyam, la sezione navale del Palmach, il compito di impedire a ogni costo che il carico raggiungesse il Medio Oriente arabo.

Dopo alcuni imprevisti che costrinsero la nave a fermarsi prima a Molfetta e poi a Bari, gli agenti israeliani decisero di agire proprio nel porto pugliese. Coordinata in Italia da Ada Sereni e sostenuta da una rete clandestina locale, la squadra riuscì nella notte del 9 aprile a collocare una potente carica esplosiva sotto la linea di galleggiamento della nave. L’esplosione aprì una vasta falla e la Lino affondò nel giro di poche ore, senza provocare vittime.

Foto della “Argiro” mentre viene catturata

L’operazione, tuttavia, non bastò a fermare il trasferimento delle armi. Il carico venne recuperato dai fondali grazie all’intervento di palombari italiani e trasferito su un’altra nave mercantile, la Argiro, incaricata di proseguire il viaggio verso il Libano. Ma il Mossad aveva già predisposto un secondo piano, passato alla storia come “Operazione Shoded”, cioè “Operazione Pirata”. Attraverso infiltrazioni e falsi ufficiali italiani, gli israeliani riuscirono a prendere il controllo della nave in mare aperto, al largo di Creta. Le armi furono sequestrate e trasferite su corvette israeliane dirette ad Haifa, mentre la Argiro venne successivamente affondata per cancellare ogni traccia. I marinai italiani furono trattenuti per mesi in Israele e rimpatriati solo in seguito, nel silenzio generale.

Mappa dell’operazione di sabotaggio della “Lino” nel porto di Bari nell’aprile 1948

L’Italia del dopoguerra, fragile sul piano diplomatico e impegnata nella ricostruzione, evitò di trasformare la vicenda in un caso internazionale. Così Bari rimase al centro di una pagina poco conosciuta della nascita dello Stato di Israele, sospesa tra guerra, intelligence e ragion di Stato. Ringrazio per questa pagina di storia ignorata lo studioso e instancabile ricercatore Francesco Loseto.

Rileggere oggi questi eventi significa interrogarsi non solo sul passato, ma anche sul presente. Per secoli il Mediterraneo è stato insieme ponte di civiltà e teatro di conflitti; ancora oggi le sue acque riflettono tensioni irrisolte, memorie ferite e contrapposizioni che rischiano di trasformarsi in odio permanente. La nascita di Israele avvenne all’indomani della tragedia della Shoah e della persecuzione subita dal popolo ebraico in Europa. Allo stesso tempo, per il popolo palestinese si aprì una lunga stagione di esilio, perdita e privazione dei diritti. Due memorie dolorose che continuano a convivere senza riuscire davvero a incontrarsi.

In questo scenario, confondere il sionismo con l’intero popolo ebraico, oppure identificare ogni palestinese con il radicalismo e la violenza, rappresenta uno degli errori più pericolosi del nostro tempo. Le semplificazioni alimentano soltanto nuove ostilità, trasformando il dolore in rancore e il rancore in una giustificazione permanente della forza. Difendere i diritti dei palestinesi non significa negare quelli israeliani, così come chiedere sicurezza per Israele non dovrebbe mai voler dire ignorare la sofferenza palestinese.

Per questo oggi più che mai servirebbe un autentico progetto di pace fondato sul rispetto dei diritti umani, sulla tutela delle popolazioni civili e sul riconoscimento reciproco. Il diritto internazionale e il diritto del mare non possono essere considerati principi validi soltanto in tempo di pace: la protezione dei civili, il rispetto delle acque internazionali e il rifiuto di rappresaglie indiscriminate restano condizioni essenziali di convivenza tra gli Stati.

Accanto alla diplomazia è necessario anche un lavoro culturale ed educativo capace di insegnare il discernimento, la complessità della storia e il valore del dialogo. Distinguere tra governi, popoli, ideologie e religioni è indispensabile per evitare che il dolore collettivo venga strumentalizzato e tramandato come odio.

La Palestina, terra antica affacciata sul Mediterraneo e simbolo di una domanda universale di appartenenza e dignità, non può essere ridotta a un campo di battaglia. Allo stesso modo Israele resta il punto di approdo storico di un popolo perseguitato per secoli. Due diritti che non dovrebbero escludersi a vicenda.

Don Tonino Bello

La pace autentica non nasce dalla vendetta, ma dalla capacità di riconoscere nell’altro un essere umano, anche dentro le ferite della storia. Perché abbiamo ancora fame e sete di giustizia, ma una giustizia vera coincide con il diritto, con la tutela della vita e con il rifiuto di trasformare le vittime di ieri nei carnefici di domani.

Don Tonino Bello, da operatore di pace, così ebbe a dire a chi gli chiedeva cosa avessero portato:
“Non i segni del potere (le armi), ma il Potere dei segni”.

La Global Sumud Flotilla è un segno di questi tempi.

22 maggio 2026

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