Perché Italo Calvino è ancora necessario oggi: riflessioni su “I nostri antenati” Cultura Letteratura 7 Maggio 20267 Maggio 2026 di Anna Materi Copertina libro della prima edizione “Calvino è maestro di molti”, ascoltavo ieri queste parole durante un incontro sulla poesia di Bobin e ho immaginato cosa ne penserebbero, Gramo, Cosimo, Agilulfo di tutto ciò che ci sta attanagliando in questo scorcio di fine ventennio del primo secolo del terzo millennio.Si legge in mille e una edizioni Calvino, ma questa in modo particolare, “I nostri antenati: Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente”, Einaudi ed. raccoglie tre romanzi che mi inquietano e mi lasciano l’amaro in bocca. Di Italo Calvino posso dire tutto e mai sarà abbastanza di quello già scritto da illustri prima di me. Non è una critica questa mia, ma un pensiero, un leggere fra le righe proprio quelle parole che potrebbero servirmi. “Cosimo alzò il viso e una ciliegia troppo matura gli cascò sulla fronte come un ciacc! (…)” (Da “Il barone rampante”, cit.) e mi immagino appollaiata anche io come Cosimo e tanti altri ragazzi sull’albero alla ricerca di me, di un modo mio di continuare ad amare anche oggi che la guerra mi dilania l’animo e annienta l’altrui ragione. “Così tra carità e terrore trascorrevano le nostre vite(…)” (da “Il visconte dimezzato”, cit.), come ognuno di noi, con una briciola di buon senso, dimezzato fra “Gramo” e “Buono” alla ricerca di un senso, di un posto nel mondo che possa accogliere tutto di noi, la parte buona, limpida, e anche quella grama, oscura. “Ma si sa la guerra è guerra, e ogni tanto qualcuno ci restava (…)” (da “Il cavaliere inesistente”) Fu anche partigiano Calvino, quando si decise che non potevamo lasciare la nostra terra in mano ai fascisti, in una guerra civile che vide ammazzati vincitori e i vinti, col sangue che scorreva lungo le valli e non si capiva più a chi fosse appartenuto. Attore anche lui del “Neorealismo”, amico e allievo di quello stesso Vittorini che ho adorato in “Conversazione in Sicilia”, che amò la storia del “visconte dimezzato”, così come oggi anche io faccio fatica ad accettare tutto di me, a vivere di voci la guerra per televisione e non capire perché ancora ci nascondiamo nel nostro comodo senso di vuoto e ci nascondiamo dietro ruoli che non ci appartengono. Ieri Papa Leone ha ricordato che se qualcuno vuole attaccarlo che lo attacchi pure, purchè sia sulla “Verità”. E ad essere laici, o credenti, o agnostici, o atei nessuno ce lo vieta, ma ne “I nostri antenati” Calvino ci mette di fronte alla ricerca del senso, qualunque esso sia, qualsiasi forma prenda, in qualsiasi fantasticheria romanzata voglia ritrovarsi. Perché solo il vuoto non ha senso, è vuoto di sé. E questo a Calvino certamente non sarebbe andato a genio. Potrebbe non piacere Italo Calvino, ma a questo punto mi chiedo “Se non ti piace Calvino, come puoi piacerti tu, come puoi guardarti allo specchio e scoprirti vincente, o accattivante, o taciturno, altresì guerrafondaio?” La sua prosa ci accompagna per mano, con la precisione che ha il maestro quando ci insegna le tabelline e, tra fiaba, ironia, neorealismo e ordine ci mette di fronte allo specchio e ci fa dire “Ecco questo sei tu”. Non ha scritto di me, non c’è una virgola che racconti la mia personale storia, ma in ogni riga c’è tutto di me, quasi che voglia dirmi “Quello che sto scrivendo non riguarda te, ma è per te”. Incompleta sono, divisa in due, su un albero con una fulgida armatura. Mi chiedo cosa ne sarà di me dopo questa guerra vissuta alla tele e l’odio che attanaglia anche i cuori delle lumache inermi, ma come Cosimo continuo a correre in lungo e in largo nel bosco dietro alle lepri, alla ricerca del Gian dei Brughi, con la speranza che la lettura possa vincere la malattia dell’ego nichilista. Io lo spero e ci credo. Mai smetterò di leggere Italo Calvino. 7 maggio 2026