Bari “Amica dell’Autismo”: un primato che ora chiede fatti e non parole Attualità Comune di Bari 29 Aprile 202629 Aprile 2026 Firmato il protocollo tra Comune e ASL Bari. Ambizione alta, ma le famiglie chiedono risposte concrete e immediate. di Pietro Fabris Bari segna un primato nazionale diventando la prima città metropolitana italiana a proclamarsi ufficialmente “Amica dell’Autismo”. Il progetto, presentato a Palazzo della Città, è stato sancito dalla firma di un protocollo d’intesa tra Comune e ASL Bari, con l’obiettivo dichiarato di costruire una comunità più inclusiva, consapevole ed empatica verso le persone dello spettro autistico e le loro famiglie. A sottoscrivere l’accordo sono stati il sindaco Vito Leccese e il direttore generale della ASL Bari Luigi Fruscio, dando ufficialmente il via a un percorso strutturato che punta a trasformare il tessuto urbano in una rete accogliente e accessibile. Un annuncio ambizioso, quasi storico. Ma la domanda, inevitabile, resta: sarà davvero così? Il piano mira a creare una rete stabile di luoghi, servizi e operatori formati, capaci di riconoscere e rispondere ai bisogni delle persone autistiche. Centrale sarà l’eliminazione non solo delle barriere fisiche, ma anche di quelle relazionali e culturali, spesso meno visibili ma altrettanto limitanti. Il protocollo si ispira a riferimenti normativi fondamentali, tra cui la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, la Legge 104/1992 e il decreto legislativo 62/2024, adottando un approccio bio-psico-sociale alla disabilità. Uno dei pilastri dell’iniziativa sarà la formazione diffusa, affidata alla U.O.S.V.D. NPIA Area Centrale e Autismo della ASL Bari, che garantirà supervisione scientifica e metodologica. I percorsi coinvolgeranno esercizi commerciali, scuole, strutture culturali e turistiche, servizi sanitari, forze dell’ordine e uffici pubblici, con l’obiettivo di fornire strumenti pratici per migliorare la comunicazione, gestire situazioni di stress e favorire un’accoglienza adeguata. Tra le azioni previste anche strumenti concreti: il kit “Bari Città Amica dell’Autismo”, con logo identificativo, vademecum comportamentale e attestato ufficiale per le realtà aderenti, e una mappa digitale interattiva “Autism Friendly” per individuare i luoghi accessibili secondo criteri di idoneità sensoriale. Le istituzioni parlano di “primo passo concreto verso una città più giusta e accessibile” e di un modello di integrazione sociosanitaria centrato sulla persona. Il protocollo avrà una durata di sei anni e sarà accompagnato da un comitato di coordinamento con funzioni di monitoraggio, con l’ambizione di diventare un modello replicabile anche in altri territori. Eppure, nella sala dove si celebrava questo primato, non c’erano solo applausi. C’erano anche volti stanchi. Sguardi segnati da anni di attese, di silenzi, di risposte mai arrivate. Genitori che conoscono bene il peso delle parole quando non sono seguite dai fatti. Famiglie che, dietro espressioni come “fare rete”, “ascolto”, “diritti garantiti”, cercano qualcosa di molto più semplice e concreto: risposte. Risposte alle email rimaste senza seguito. Risposte ai bisogni urgenti che non possono aspettare i tempi della burocrazia. Risposte a una quotidianità fatta di difficoltà reali, dove sport, socialità e inclusione non devono essere slogan, ma opportunità accessibili. Il rischio è chiaro: che anche questo progetto si trasformi nell’ennesima cornice perfetta, dentro cui però la realtà resta immutata. Che parole come comunità, multidisciplinarietà, attenzione ai più fragili restino sospese, mentre la solitudine quotidiana delle famiglie continua a pesare. Perché una città davvero inclusiva non si misura dai protocolli firmati, ma dalla sua capacità di esserci ogni giorno. Dalla rapidità con cui risponde. Dalla concretezza dei servizi. Dalla possibilità reale, per ogni persona, di vivere spazi, relazioni e opportunità senza ostacoli. Il kit, la mappa digitale, i percorsi formativi sono strumenti utili. Ma non sufficienti se non accompagnati da un cambiamento tangibile e immediato nella vita delle persone. Bari ha acceso un faro. Ora deve dimostrare di saperlo tenere acceso. Perché una città a misura dell’autismo non è uno slogan. È una responsabilità. E soprattutto, è una promessa che non può permettersi di tradire. 29 aprile 2026
Mi occupo di autismo da oltre 40 anni ormai. Da quando l’autismo era ancora confuso con la schizofrenia e nn si aveva alcuna conoscenza della sindrome di Asperger. Forse sono stato uno dei primi dalle nostre parti a fare quella diagnosi nella seconda metà degli anni 90 del secolo scorso. Ho vissuto l’epoca delle terapie che oggi definiremmo folli: dall’holding alla comunicazione facilitata alla terapia della famiglia , ecc. Di passi avanti ne sono stati fatti tanti, molto di più di quanto non sia avvenuto per altre condizioni (disturbi dello sviluppo intellettivo in primis ma tanti ancora). Quello che non si rompe è il modello di intervento. Siamo troppo attaccati al modello sanitario puro dimenticando che riabilitazione ed inclusione vanno di pari passo. Il progetto bari città amica dell’autismo vuole rompere gli schemi permettendo alle persone con autismo di poter essere parte attiva della comunità lavorando però sulla comunità! Dobbiamo modificare la visione. Il target al di là degli interventi specialistici specifici deve essere il contesto. La sfida è enorme e ha bisogno della collaborazione di tutti! Rispondi