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Il martirio di padre Pierre al-Rahi nel Libano ferito

Il sacerdote maronita rimasto accanto alla sua comunità nel villaggio di Al Qlayaa è stato ucciso mentre prestava aiuto ai civili. La sua morte riaccende il dibattito sulla tutela dei non combattenti, sulle responsabilità della guerra e sul silenzio della politica internazionale di fronte alla spirale di violenza che travolge Libano e Medio Oriente.

di Cinzia Santoro

Padre Pierre al-Rahi

Padre Pierre al-Rahi, prete maronita della chiesa di San Giorgio  è morto nel villaggio di  Al Qlayaa, nel sud del Libano, vicino al confine con Israele. È morto seguendo la croce, rendendo carne e sangue lo spirito del cristianesimo. Aveva affermato, pochi giorni prima che i carrarmati israeliani arrivassero a seminare morte e terrore tra gente rea di essere a casa propria in pace: “Siamo pronti a morire nella nostra terra, perché questa è la nostra terra.” Non ha abbandonato la sua terra, i suoi fedeli, il popolo libanese. Il Libano la terra dei cedri e della bellezza oggi un crocevia di dolore e di morte. La perdita di padre Pierre fa emergere alcune questioni etiche che riguardano tutto l’occidente distratto dalla voracità del lucro che consente indiscriminatamente la violazione del diritto internazionale. Diritto che dal dopoguerra aveva permesso ai popoli di vivere di pace, fatta eccezione dell’esodo consentito agli ebrei europei verso la Palestina che aveva provocato la Nakba. Per la comunità maronita padre Pierre è un martire, un altro martire direi io, che si somma alle migliaia di palestinesi, libanesi e ora anche iraniani uccisi impunemente dal fuoco Israeliano. Padre Pierre portava aiuti e cura ai civili. La sua morte è un atto deliberato di disumanità che dal 7 ottobre ha trovato terreno fertile nell’esercito sionista. Lui ha dato la sua vita per l’altro portando alla nostra attenzione la responsabilità personale. Saremmo stati capaci di rischiare la nostra vita per l’altro?

Cartina politica del Libano

La guerra non distingue gli obiettivi militari da quelli civili. Risucchia la vita in ogni aspetto. Non c’è differenza nello sconcerto tra un cecchino appostato pronto a gioire della morte di un bimbo e una madre che stringe al petto il suo neonato morto. Politicamente è aumentata la pressione internazionale per fare luce  sulle migliaia di episodi in cui rimangono uccisi civili, operatori umanitari, medici e giornalisti. Papa Leone XIV ha parlato di violenza cinica e insensata, la Caritas Libano ha aumentato la pressione politica per il cessate il fuoco. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, ha inviato un messaggio di cordoglio al patriarca maronita e ha promosso una giornata di preghiera e digiuno. L’ Organizzazione francese L’Œuvre d’Orient, che sostiene i cristiani d’Oriente, ha condannato con la massima fermezza l’attacco, parlando di atti di guerra che mirano a destabilizzare il Libano. Samir Geagea leader dell’opposizione libanese ha accusato Hezbollah di infiltrazioni e l’esercito libanese di non proteggere i villaggi. Le reazioni più esplicite sono dunque  venute dalle autorità religiose e associazioni umanitarie. Tace il resto del entourage politico internazionale.

14 marzo 2026

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