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Significato e attualità del presepe

di Pietro Fabris

Figli di un consumismo oramai divenuto consuetudine sul quale in pochi si soffermano a pensare, le nostre feste natalizie sembrano l’atto finale di un ‘dovere di famiglia’ dove si approda isterici per ingurgitare portate di cibo dettate dal condizionamento dell’ultima moda.

Bisogna adeguarsi, fare un assaggio di ogni pietanza per onorare quanti si sono affaticati davanti ai fornelli in nome dell’iconico Babbo Natale che impera ovunque, del quale ignoriamo la nascita, rielaborazione realizzata da Haddon Sundblon, incaricato dalla Coca-Cola a fare del vescovo di Mira, il nostro San Nicola un’illustrazione bonaria e commercialmente magnetica. Riflettere e fare il paragone su come si vivevano quei giorni di festa un tempo è divenuto naturale per chi sente la nostalgia di certe atmosfere del passato dove accanto all’albero vi era il presepe che era l’espressione non solo di una ‘teologia domestica, ma soprattutto l’icona di una spiritualità di chi vedeva nel Natale la rinascita della luce, la salvezza che viene dall’alto facendosi bambinello. Per alcuni il Natale era la possibilità di fare una fermata dalla routine, possibilità di uscire dal quotidiano e rivolgersi verso la stella cometa segno dell’unto che è venuto e si manifesta prima ai semplici e dopo ai sapienti come ci ricorda il suo Biagio Pascal. Colpisce osservare cosa accade oggi a troppi bimbi cresciuti all’ombra di certe decorazioni invasive a cui l’infanzia e la meraviglia sono state scippate. Sono lì sul pavimento affogati di regali che scartano velocemente l’uno dopo l’altro senza soffermarsi più di tanto, come se ricevere un Dono sia un atto banale che si esaurisce avidamente senza lasciare emozione. Feste confuse, frenetiche, senza sacralità!

E intanto qualcuno sentendosi smarrito cerca di recuperare la tradizione nella quale spera di recuperare un rigurgito di identità soffiando su libri ingialliti dove si legge che il primo presepio fu quello voluto da San Francesco, il quale di ritorno dalla Terra Santa, pensò di rappresentare la nascita di Gesù in Betlemme perché i fedeli, potessero vedere con gli occhi fisici il Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio e si disponessero per poterlo contemplare anche con gli occhi del cuore. Ottenuta la licenza da papa Onorio III, il Santo chiese al cavaliere Giovanni Vellita di allestire, nel bosco intorno a Greccio, il primo presepe con Bambinello, mangiatoia, bue e asino. Era la notte di Natale del 1223: nasceva così quella che sarebbe divenuta una delle principali consuetudini della cristianità. Una tradizione che si diffuse rapidamente nel mondo grazie anche ai missionari francescani, divenuta presto comune espressione della spiritualità popolare del Natale e poi costume nobilitato, divenendo vera e propria forma d’arte, tale da meritare l’interesse di artisti di varie epoche.
Tradizione eminentemente cattolica, estesa a tutte le latitudini e fortemente presente soprattutto nei Paesi di cultura latina, molto meno apprezzata, invece, nel mondo protestante che, soprattutto dal XVI secolo in poi, preferì l’uso dell’albero di Natale.
Tradizione che ha trovato un’accoglienza del tutto speciale nella cultura e nel sentimento del Meridione d’Italia, specialmente a Napoli dove il suo valore rappresentativo e simbolico è stato esaltato fino a divenire parte eminente del patrimonio storico, artistico e culturale. È obbligo qui ricordare San Gregorio armeno della città di Partenope, noto per i presepi e tutto l’occorrente per realizzarlo o ampliarlo.

Presepe napoletano

Il presepe napoletano, presenta caratteristiche specifiche che lo differenziano dalla semplice ricomposizione della scena di Betlemme, anzi sembra che se ne allontani sostanzialmente tanto da sembrare antistorico, se non si coglie il valore simbolico che ne esprime il significato teologico dell’Incarnazione e la permanente attualità dell’evento evangelico. Gli ambienti, i personaggi, le scene che animano il presepe napoletano sono il risultato di una lunga dimestichezza con la fede e con la dottrina, diffusa anche nei ceti più popolari dall’insegnamento dei grandi santi che vissero e predicarono a Napoli, da san Tommaso d’Aquino a sant’Alfonso Maria de’ Liguori, autore tra l’altro del canto natalizio per eccellenza, Tu scendi dalle stelle, traduzione in italiano del precedente ‘Quando nascette Ninno’. Il presepe napoletano è la sintesi di una spiritualità sentita, vissuta e stratificata nei secoli, capace di riconoscere nell’apparente semplicità della nascita di un Bambino il mistero di un annuncio di salvezza dato agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

Attraverso un lungo percorso storico e spirituale si è giunti a quella vivida e complessa rappresentazione, composta da eleganti statuine di grande pregio, modellate in terracotta e stoffa da artigiani figurinai e da artisti famosi. All’arte presepiale si dedicarono sin dal Cinquecento grandi modellatori, come il Belverte e Giovanni da Nola, le cui opere restano ancora visibili in parte, e più tardi, nel Settecento, artisti come il Vaccaro (1678 – 1745), scultore tra i maggiori del Barocco napoletano; Giuseppe Sammartino (1720-1793) scultore e architetto; Francesco Celebrano (1729 – 1814), pittore di corte di Ferdinando I di Borbone, direttore dei modellatori della Real Fabbrica di Porcellane a Capodimonte, lo scultore di due pastori che il Re donò al fratello Carlo IV di Spagna – immagine dei “possedimenti di qua e di là dal faro” cioè del Regno delle Due Sicilie – e che ancora oggi appartengono alla corona spagnola.

L’apporto di questi artisti fece assurgere l’artigianato presepiale a vera forma d’arte, con l’introduzione di particolari estetici e dettagli realistici, ma non modificò sostanzialmente la struttura del presepe, già codificata da tempo e rimasta uguale fino ai giorni nostri.
Innanzitutto, il presepio non è ambientato nella Palestina di duemila anni fa ma nelle strade della Napoli del ‘700: la scenografia in sughero, detta scoglio, comprende tre alture e un proscenio pianeggiante. La scena della Natività è collocata sull’altura centrale, tra le rovine di un tempio romano, rappresentato da una colonna spezzata, simbolo della caduta del paganesimo.
Altra allegoria della frattura tra passato e futuro sono i due pastori posti ai lati del tempio: un vecchio zampognaro a destra e un giovane suonatore di ciaramella a sinistra. Accanto al tempio deve esserci dell’acqua corrente (quasi sempre una fontana), nella quale due donne lavano i panni: l’acqua è simbolo della vita e purificazione e le lavandaie ricordano le levatrici Zebel e Salomè che, secondo una narrazione apocrifa, aiutarono la Vergine durante il parto.
Tutt’attorno sono sparsi i pastori del cammino, statuine di uomini e donne che raffigurano l’umanità che avanza verso il Salvatore portando in DONO le misere cose della propria quotidianità, e che, al tempo stesso, danno il senso dell’incompiuto, dell’attesa. Tra essi non possono mancare: il pastore con l’agnello sulle spalle, classica immagine, prefigurazione di Gesù Buon Pastore; la zingara nera con un neonato in fasce, segno che l’annuncio evangelico è per tutti, anche per chi non ha patria; il cacciatore, il pescatore, i contadini con i frutti della loro fatica.
Tre personaggi, pur appartenendo a questo gruppo, si distinguono in modo particolare dagli altri: il monaco cercatore, figura che, se nel presepe rappresenta un singolare anacronismo, era invece consueta nelle strade napoletane dell’epoca; il vecchietto con la ricotta, inginocchiato di fronte alla Sacra Famiglia nell’atto di tendere un cestello con il candido formaggio, simbolo dell’inverno che sta cedendo il passo alla nuova stagione poiché, anticamente, il solstizio invernale si credeva cadesse il 25 dicembre; il pastore della meraviglia, un ragazzino con le braccia allargate e gli occhi spalancati, espressione piena dello stupore del cuore innocente di fronte al luminoso mistero di Gesù Bambino. Infine, ai piedi della collina, c’è l’accampamento dei Re Magi, con il ricco e colorato seguito di uomini, cavalli e cammelli.
Sulle alture laterali, sono collocate due scene che identificano chi è rimasto indifferente alla venuta di Cristo, troppo preso dalle passioni terrene. Sulla prima è in corso un sontuoso banchetto – a volte invece si tratta di una cantina con i clienti intenti a giocare a carte – nel quale cibo e vino hanno ormai annebbiato i sensi dei commensali, che si lasciano andare ad atteggiamenti volgari. Poco lontano, su un ponte, secondo alcuni simbolo del passaggio tra vita e morte, sta passando un carro carico di botti di vino per il banchetto condotto da Ciccio/Bacco, che indica sin dal nome la strada che conduce al vizio e alla dannazione. Sulla seconda, vi è la bottega del macellaio, con i quarti di bue tagliati ed esposti e il padrone intento al lavoro con la mannaia, segno della passionale violenza della carne e del sangue. L’oste, il macellaio e il cane che immancabilmente accompagna il carro, sono diavoli tentatori.
Sul proscenio e tutto intorno si alternano scene di vita quotidiana, ambientate nella strada, nelle botteghe, nelle case: chi trasporta ceste sul capo, chi vende frutta col carretto, chi rammenda le reti da pesca, chi stende i panni, chi fila la lana, chi attizza il fuoco della cucina, chi dondola una culla. È il popolo di Napoli immerso nella vita di ogni giorno, affaccendata, non indifferente ma, piuttosto, ignara dell’evento meraviglioso che si sta compiendo poco lontano. Tutto è vivace, movimentato, disordinato; ogni bottega è aperta, ogni casa è abitata; da una finestra o una porta si può vedere ciò che accade dentro e, passando di casa in casa, si ricostruisce l’intera giornata di un’umanità che si affanna per sopravvivere.

Figura iconica del presepe napoletano, chiamato Benino (talvolta erroneamente “Benito”), che simboleggia la nascita della Natività

Un ultimo personaggio è sempre presente nel presepe napoletano, il pastorello che dorme sdraiato sotto un albero. Le interpretazioni sono diverse, ma la più antica lo identifica con un giovinetto che, condotte le pecore al pascolo, si addormenta e sogna, sogna il proprio il presepe quello che lo spettatore ha sott’occhi in quell’attimo di raccoglimento. Il pastorello addormentato è il simbolo del candore! Il presepe diviene l’espressione dei nostri desideri più intimi.
È un bisogno spirituale che rende visibile l’altare onirico; presepe come una meditazione nella quale passato e presente si confondono; realtà e immaginazione si sovrappongono, dove tutti gli elementi dell’ordinario sono presenti e solennizzati con scene e personaggi dei mestieri perduti come l’acquaiolo, il lustrascarpe, l’arrotino, aggiunti a coloro che oggi fanno parte del nostro immaginario collettivo. La spettacolarizzazione degli ultimi anni vi ha introdotto persino personalità note
della cronaca e della politica e se ad alcuni appare blesfemo per altri è il modo migliore per rappresentare lo straordinario nell’ordinario, la ciclicità di un evento di unicità che è testimonianza di salvezza ed Eternità. Un modo di rendere rendere visibile e tangibile ciò che è spirituale: annunciare a ciascuno di noi che la nascita del Salvatore è un evento straordinario che accade proprio nella notra vita, un Dono dell’immenso che rende Radiosa la grotta del fango interiore per renderla fiore, mangiatoia mistica della meraviglia.

presepe a Napoli

2 thoughts on “Significato e attualità del presepe

  1. Un bellissimo articolo che ci rende edotti sul significato della varie figure che fanno parte del presepe, in particolare del presepe napoletano. Come sa fare Piero Fabris, il linguaggio è fluido e piacevole da leggere.

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