Il peso delle parole: dare voce alle donne è un atto di giustizia Attualità 22 Ottobre 202622 Ottobre 2026 di Teresa di Schiena Ci sono parole che descrivono i fatti e parole che, inevitabilmente, li plasmano. Come ci ha insegnato Michela Murgia,( già scrittrice e conduttrice tv), ciò che non viene nominato con esattezza finisce per non esistere o, ancora peggio, per essere frainteso. Per chi sente l’urgenza etica del racconto, la precisione linguistica non è un mero esercizio formale, ma una scelta di campo: significa decidere di dare voce alle donne, restituendo loro dignità, verità e, sopra ogni cosa, il riconoscimento del loro fondamentale diritto alla libertà di essere e di scegliere. Una distinzione che è sostanza viva.I dati storici e attuali continuano a restituirci una fotografia drammatica e costante: le donne che perdono la vita o subiscono violenza non sono vittime di una fatalità indistinta, ma vengono colpite proprio in quanto donne. È qui che la distinzione semantica e giuridica tra “omicidio” e “femminicidio” smette di essere un dettaglio teorico e diventa sostanza viva. Definire un femminicidio come un semplice omicidio — o derubricarlo nei titoli di cronaca a “raptus”, “delitto d’amore” o “tragedia della gelosia” — significa mettere il bavaglio alle vittime per la seconda volta, cancellando la matrice strutturale di ciò che hanno subito.La violenza di genere non nasce nel vuoto; è il frutto infetto di una trama complessa e stratificata: La componente economica e la dipendenza: la mancanza di autonomia finanziaria che ingabbia le donne e toglie loro la libertà di autodeterminarsi e tracciare la propria strada; La componente familiare e culturale: ruoli di genere rigidi, retaggi patriarcali e dinamiche di possesso tramandate nel tempo che negano l’autonomia individuale; La componente sociale e religiosa: contesti in cui la prevaricazione viene ancora giustificata o tollerata; La dimensione legale e della pena: l’esigenza di una giustizia vera, che riconosca la colpevolezza senza concedere attenuanti culturali.Al centro di questa battaglia c’è una questione profondamente culturale che interpella da vicino le nuove generazioni. La violenza non è un retaggio del passato destinato a scomparire con il tempo; sopravvive e si trasforma nei linguaggi e nei comportamenti dei più giovani, nutrendosi di modelli di controllo, gelosia tossica e possesso mascherati da affetto. Educare alla libertà significa insegnare che l’amore non limita, non ingabbia e non punisce il rifiuto. Significa formare giovani uomini e giovani donne capaci di rispettare l’inviolabilità dell’autonomia altrui: la libertà di vestirsi, di parlare, di cambiare idea, di vivere e di amare senza paura.Ma è nella narrazione mediatica che questo scontro culturale si faccia decisivo. La stampa ha un potere immenso: può essere complice del silenzio oppure strumento di liberazione. Troppo spesso assistiamo a un nesso di causa-effetto tossico: si cercano giustificazioni per l’aggressore evocando lo “stress”, la “depressione” o un presunto “troppo amore”, mentre si sposta il sospetto sulla donna (“lo aveva lasciato”, “era troppo indipendente”). Questo ribaltamento trasforma il carnefice nella vera vittima e punisce la donna proprio per aver esercitato la sua libertà di scelta.Come giornalista, avverto una responsabilità profonda: rifiutare l’assuefazione e spezzare questa narrazione tossica. Dare il giusto peso e il giusto nome alle azioni non è solo rigore professionale, è un patto d’alleanza con tutte le donne e con le generazioni che verranno. Chiamare il femminicidio con il suo nome significa scardinare gli stereotipi, difendere l’inviolabile libertà di essere se stesse e trasformare l’informazione in una cassa di risonanza per i diritti di tutte noi.