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Nell’ambito di Notti Sacre Ricercari apre la mostra Antilogia

Immagine oltre la superficie, dove lo sguardo ricomincia.

Cinque artisti misurano la possibilità di restituire alla contemporaneità un’immagine capace di conservare memoria, materia e senso.

di roxce

Viviamo dentro immagini che arrivano prima ancora che lo sguardo possa soffermarsi davanti a ciò che vede. Scorrono, si sovrappongono, vengono sostituite e rapidamente dimenticate. È forse proprio per questo che oggi l’immagine, più che essere cercata, deve tornare a essere incontrata. Da questa necessità prende avvio “Antilogia. Oltre lo sguardo, il ritorno dell’immagine come mito”, la mostra curata da Miguel Gomez che inaugura venerdì 2 ottobre, alle 18.30, nell’ambito di Notti Sacre Ricercari, nella chiesa di Santa Teresa dei Maschi – Museo dei Pigmenti del Colore di Bari. Francesco Bux, Raffaele Busseti, Franz Capriati, Nello Demattia e Alessandro Gibson Colasanto si confrontano con una questione che riguarda il destino stesso delle immagini nel presente: come restituire loro una durata, una consistenza, la possibilità di lasciare una traccia che non coincida con la semplice impressione visiva? L’idea di Antilogia si colloca così in quella zona di attrito in cui vedere non significa più soltanto riconoscere. Gaston Bachelard, parlando dell’immaginazione, ha mostrato come l’immagine possa diventare uno spazio capace di generare altre immagini, pensieri, risonanze. È questa capacità generativa che la mostra sembra voler riattivare. Non l’immagine come risposta, ma come principio di interrogazione. Nei cinque percorsi espositivi la materia assume allora un ruolo decisivo. Francesco Bux lavora sull’identità come processo aperto, lontano da una forma definitivamente stabilita. La materia appare attraversata da possibilità ancora irrisolte, in una condizione di trasformazione continua nella quale l’essere non coincide con il semplice permanere. Raffaele Busseti affida invece alla carta riciclata una funzione quasi memoriale. Il materiale porta con sé l’eco di ciò che è stato e, proprio attraverso questa stratificazione, diventa superficie di una nuova trasformazione. La memoria non come conservazione immobile, ma come materia disponibile a mutare. Con Franz Capriati lo sguardo viene messo alla prova attraverso la scomposizione dell’immagine. Ciò che l’occhio normalmente ricostruisce in modo immediato viene disarticolato e restituito come frammento, obbligando la percezione a un lavoro ulteriore. L’immagine, quindi, non si offre già composta, chiede di essere nuovamente costruita da chi la osserva. Nello Demattia porta questo interrogarsi direttamente dentro la pittura. La superficie non nasconde il processo, ma ne conserva le tracce: il gesto, la stratificazione, la formazione progressiva della forma. La pittura si comporta così come una materia viva, nella quale il risultato finale non cancella le fasi che lo hanno prodotto. Diverso, ma strettamente legato al tema della mostra, è il percorso di Alessandro Gibson Colasanto, che affronta il rapporto fra immagine e universo digitale intervenendo proprio sul simbolo per eccellenza della riproduzione, la Gioconda. Il codice binario viene tradotto nuovamente in materia e l’immagine, sottratta alla sua circolazione potenzialmente infinita, recupera una presenza fisica. È un passaggio dalla smaterializzazione alla consistenza, dal flusso alla cosa. In questo senso il mito richiamato dal sottotitolo non va inteso come nostalgia per un’origine perduta. È piuttosto la possibilità di restituire all’immagine una forza che precede la spiegazione, una capacità di instaurare un rapporto con chi guarda prima ancora di trasformarsi in linguaggio. Anche Italo Calvino, riflettendo sulla molteplicità delle forme del visibile, ha riconosciuto all’immaginazione una funzione tutt’altro che ornamentale, quella di produrre conoscenza attraverso ciò che non è immediatamente traducibile in concetto. È una prospettiva che attraversa il progetto di Miguel Gomez, secondo il quale « una mostra deve far riflettere sul nostro presente e le sue dinamiche, farsi esperienza percettiva in cui l’immagine non offre risposte definitive, ma suscita domande nuove». La scelta di Santa Teresa dei Maschi aggiunge ulteriore valore al percorso. In uno spazio segnato dalla dimensione spirituale, opere differenti per linguaggio e ricerca entrano in rapporto con tematiche antiche, come l’assenza, il permanere e il trasformarsi, la materia e l’immaginazione. Anche il suono contribuirà a costruire questa esperienza. In occasione dell’inaugurazione è prevista una performance musicale con la partecipazione di tutti e cinque gli artisti, mentre l’intero percorso sarà accompagnato dalla sonorizzazione curata da Francesco Bux.

La mostra è visitabile fino al 18 ottobre a ingresso gratuito

Mar – Sab 10:30 -13:00  16:30 – 19:00

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Francesco Bux – L’identità come trasformazione
La ricerca di Francesco Bux si concentra sull’essere inteso non come una forma compiuta e immutabile, ma come un processo aperto, attraversato da tensioni e possibilità di cambiamento. Il riferimento alle metamorfosi nietzscheane si affianca al concetto di metastabilità elaborato dal filosofo Gilbert Simondon. Un sistema metastabile può apparire in equilibrio, pur conservando al proprio interno energie e potenzialità ancora attive, pronte a generare nuove configurazioni. In questa prospettiva, anche l’identità resta in divenire: non un punto d’arrivo, ma una trasformazione continua. Francesco Bux è anche autore della sonorizzazione della mostra.


Raffaele Busseti – La memoria nella materia

Raffaele Busseti indaga il rapporto tra materialità e immaterialità dell’immagine attraverso l’utilizzo della carta riciclata. La materia, segnata da una storia precedente, si offre come archivio di memoria collettiva: conserva tracce, ma al tempo stesso si presta a nuove metamorfosi. L’immagine emerge così dall’incontro fra ciò che permane e ciò che cambia, fra la consistenza concreta del supporto e la dimensione immateriale evocata dalla visione.


Franz Capriati – Frammentare, ricomporre, vedere
Il lavoro di Franz Capriati si sviluppa attraverso processi di frammentazione e ricomposizione dell’immagine. La visione non è proposta come un atto neutro o immediato: viene scomposta, sollecitata e rimessa in gioco, chiamando lo spettatore a confrontarsi con i propri meccanismi percettivi. L’immagine diventa così un campo di relazioni, nel quale riconoscimento e disorientamento concorrono a modificare l’esperienza dello sguardo.


Nello Demattia – L’immagine come organismo
Nella ricerca di Nello Demattia, il rapporto tra rappresentazione e materia pittorica sposta l’attenzione dall’opera intesa come risultato concluso al processo che la genera. La pittura non si limita a restituire una forma riconoscibile, ma rende visibile il proprio farsi: un organismo in continua evoluzione, in cui la materia conserva la traccia del gesto e delle trasformazioni attraversate. L’immagine si manifesta così come un evento aperto, mai del tutto separato dal processo della sua costruzione.


Alessandro Gibson Colasanto – Dal codice alla materia
Alessandro Gibson Colasanto affronta la smaterializzazione dell’immagine nell’era digitale, riportando la Gioconda dalla dimensione immateriale della riproduzione a una nuova presenza concreta. Attraverso la riduzione digitale e la traduzione del codice binario in materia, l’artista mette in tensione dato e forma, informazione ed esperienza. L’opera interroga il destino della visione in un’epoca dominata dall’accumulo potenzialmente infinito di immagini, chiedendo che cosa possa ancora restituire loro consistenza e capacità di significare.

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