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Franco Fontana: quando il colore imparò a pensare

E’ scomparso il fotografo modenese Franco Fontana. Per lui “Un campo poteva diventare una distesa di colore, l’orizzonte una linea, un’ombra una forma autonoma.”

di Pietro Fabris

Franco Fontana è morto nella sua casa di Modena il 29 agosto 2026, a 92 anni. Con lui scompare uno dei fotografi italiani che più hanno modificato, nella seconda metà del Novecento, il modo di guardare il colore.
Nato a Cognento, nel Modenese, nel 1933, Fontana comincia a fotografare nel 1961. Frequenta i fotoclub e si muove inizialmente in un ambiente amatoriale. Ma la sua ricerca prende presto una direzione precisa. In un’epoca in cui la fotografia d’autore parla soprattutto in bianco e nero, Fontana sceglie il colore. Non come ornamento, ma come struttura dell’immagine.
Nel 1963 partecipa alla Terza Biennale Internazionale del Colore di Vienna. L’anno successivo Popular Photography gli dedica un portfolio con un testo di Piero Racanicchi. Le prime personali arrivano nel 1965 a Torino e nel 1968 a Modena.
Da allora il paesaggio diventa il centro della sua ricerca. Campi gialli, cieli azzurri, muri rossi, ombre profonde. Fontana elimina il superfluo e riduce il mondo visibile a superfici, linee, campiture e contrasti. Un campo può diventare una distesa di colore, l’orizzonte una linea, un’ombra una forma autonoma.

La fotografia resta ancorata alla realtà, ma smette di raccontarla. La organizza.
Nel 1978, con Skyline, questa ricerca trova una delle sue forme più compiute. Il paesaggio perde quasi ogni elemento narrativo. Restano le geometrie, i colori, i rapporti tra le superfici. Le immagini della Puglia, della Basilicata, dell’Emilia e del Mediterraneo costruiscono un’Italia che non è documentaria e non è inventata. È l’Italia prodotta da una scelta dello sguardo.
Fontana lavora anche nelle città. Fotografa facciate, automobili, piscine, strade, asfalti, insegne, corpi e ombre. Los Angeles diventa uno dei suoi luoghi privilegiati. Non cerca l’evento della street photography, ma la forma che l’evento lascia nell’immagine.
Anche l’autostrada, osservata dall’alto o fotografata in movimento, può trasformarsi in una composizione di linee e segni. È sempre lo stesso procedimento: sottrarre al mondo la sua continuità e restituirlo come rapporto visivo.

Questo sguardo attraversa i nudi, le Polaroid e, più tardi, la fotografia digitale. Cambiano gli strumenti, cambiano i soggetti. Non cambia il principio costruttivo dell’immagine.
È anche per questo che Fontana ha attraversato senza fratture il mondo dell’arte, dell’editoria, della moda e della pubblicità. Ha lavorato per riviste italiane e internazionali e realizzato campagne per aziende come Fiat, Volkswagen, Sony, Volvo, Versace, Canon e Kodak. Anche quando la fotografia era commissionata, il suo linguaggio rimaneva riconoscibile: il colore non illustrava il prodotto, ne costruiva la presenza.
Il suo lavoro è stato esposto in centinaia di mostre e pubblicato in decine di libri. Le sue fotografie sono entrate nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, del Victoria and Albert Museum di Londra, del Museum Ludwig di Colonia, dello Stedelijk Museum di Amsterdam e di numerose altre istituzioni. La grande retrospettiva all’Ara Pacis di Roma, tra il 2024 e il 2025, ha restituito la misura di una ricerca più ampia dei paesaggi cromatici con cui il suo nome è diventato familiare.

Fontana ha dato al colore un ruolo che nella fotografia d’autore non aveva ancora avuto. Rosso, giallo e blu non servivano soltanto a rendere più evidente ciò che stava davanti all’obiettivo. Erano elementi di costruzione, quasi una sintassi.
È questa la sua differenza più sottile: non fotografare il colore, ma fotografare attraverso il colore.
«La vita è a colori», diceva Fontana.
Nelle sue fotografie quella frase non era uno slogan. Era un metodo. Guardare la realtà, scegliere cosa trattenere e cosa lasciare fuori, ricomporla nell’inquadratura. Il colore faceva il resto.
Le sue fotografie sembrano allora fermi istanti di una meraviglia trattenuta senza enfasi: non la natura celebrata, ma la natura ricondotta a una misura visiva. Contrasti netti, accordi inattesi, geometrie luminose. Il mondo, per un attimo, perde la sua confusione e diventa forma.
Fontana ha insegnato a guardare il colore non come qualità della realtà, ma come un modo di pensarla.

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