Fabrizio Plessi pioniere della videoarte che trasformò la tecnologia in poesia Arte Cultura 26 Agosto 202626 Agosto 2026 L’ arte del Plessi stava nel non contrapporre materia e tecnologia, ma farle convivere. di Pietro Fabris Fabrizio Plessi, pioniere della videoarte italiana e internazionale, ha realizzato e costruito in oltre cinquant’anni una ricerca fondata sul rapporto tra tecnologia, natura e materia. Acqua, fuoco, lava, ghiaccio, ferro, legno e marmo sono diventati elementi di un linguaggio nel quale l’immagine elettronica non sostituisce la realtà, ma entra in dialogo intelligente. Fabrizio Plessi La sua scomparsa, a 86 anni, chiude una stagione importante dell’arte contemporanea. Ma il suo lavoro resta attuale proprio perché il Plessi non ha mai inseguito la tecnologia come novità. L’ha trasformata in uno strumento espressivo.Nato a Reggio Emilia nel 1940 e veneziano d’adozione, Fabrizio Plessi ha fatto dell’acqua uno dei motivi centrali della propria ricerca. Acqua come movimento, riflesso, energia. Ma anche come metafora di un’immagine che scorre, cambia, si dissolve e ricompare.Quando il video muoveva i primi passi nell’arte contemporanea, Plessi ne intuì subito le possibilità. Lo schermo entrò nella scultura e l’immagine elettronica cominciò a confrontarsi con materiali concreti come ferro, legno, marmo, carbone e sabbia.Nel 1973 realizza al “Centro Video Arte” di Palazzo dei Diamanti in Ferrara i suoi primi lavori concettuali. Seguono opere come Mare orizzontale, Waterfall, Water, Water Desert, Mare di marmo, Tempo liquido, Stanza del mare e Il fiume della storia.L’acqua è il punto di partenza di una ricerca destinata ad allargarsi agli altri elementi. Arrivano il fuoco, la lava, il vento, il ghiaccio. Gli elementi naturali vengono tradotti in immagini elettroniche e le immagini acquistano, attraverso le strutture che le contengono, una presenza quasi fisica.È questa una delle caratteristiche decisive dell’arte del Plessi: non contrapporre materia e tecnologia, ma farle convivere.Il monitor viene incassato, sospeso, nascosto, incastonato nella materia. Lo schermo smette di essere una semplice superficie sulla quale proiettare un’immagine e diventa parte dell’opera. Una finestra da cui osservare.Il ferro mantiene il proprio peso mentre sullo schermo scorre l’acqua. Il marmo resta immobile mentre l’immagine si muove. Il fuoco diventa luce elettronica. La lava, materia antichissima, viene trasformata in energia digitale.Plessi costruisce così un linguaggio basato sul contrasto: naturale e artificiale, statico e dinamico, concreto e immateriale. La tecnologia non è celebrata in quanto tale. Serve a modificare la percezione della materia e dello spazio.La sua carriera internazionale è lunga. Partecipa più volte alla Biennale di Venezia e a Documenta di Kassel ed espone al Centre Pompidou, al Guggenheim di New York e al Gropius Bau di Berlino. In Germania, dove il suo lavoro viene particolarmente apprezzato, insegna alla Kunsthochschule für Medien di Colonia dal 1990 al 2000, contribuendo alla formazione di una generazione di artisti interessati alle tecnologie elettroniche e digitali.Nel 2000, per l’Expo di Hannover, realizza Mare Verticale, alto 44 metri. Nel 2001 Waterfire trasforma la facciata del Museo Correr di Venezia. Nel 2004 il Gropius Bau gli dedica la grande retrospettiva Traumwelt. Nel 2005 torna alla Biennale di Venezia con una nuova versione di Mare Verticale e realizza Memory Motions al Kistefos Museet.Il lavoro di Plessi supera anche i confini del museo. L’artista collabora con la moda, il design, la comunicazione e lo spettacolo e realizza scenografie elettroniche per grandi eventi, tra cui il concerto di Luciano Pavarotti a Central Park.Dietro la spettacolarità delle installazioni rimane però un metodo rigoroso. Geometrie, simmetrie, volumi essenziali e rapporti precisi fra spazio e immagine definiscono la costruzione delle opere.Negli anni Duemila il digitale assume un ruolo ancora più evidente. Con i Digital Wall l’Artista trasforma lo schermo LED in una superficie pittorica di grandi dimensioni. Cascate, fuoco, lava, lampi e bagliori diventano immagini in movimento.Il passaggio dall’elettronica al digitale non modifica la sostanza della ricerca. Cambiano gli strumenti, non i temi: gli elementi naturali, il tempo, il movimento, la trasformazione.Il rapporto con la Puglia occupa un posto significativo nella vicenda artistica di Fabrizio Plessi.La sua ricerca era già comparsa a Bari nelle prime edizioni di Expo Arte, nel 1976 e nel 1977, quando la videoarte italiana era ancora in una fase pionieristica. In quelle occasioni venne presentata anche OffMedia, mostra curata da “Germano Celant” e accompagnata da un volume pubblicato da Dedalo.Plessi si collocava allora all’incrocio fra due esperienze: la diffusione dell’immagine elettronica e la riscoperta degli elementi naturali e dei materiali poveri che caratterizzava una parte importante dell’arte italiana. La definizione di “aborigeno digitale”, con cui l’artista amava presentarsi, sintetizzava questa posizione.Il rapporto con la Puglia trova un momento centrale nel 2014, quando a Polignano a Mare gli viene assegnato il Premio Pascali.Per l’occasione il Museo Pino Pascali gli dedica una mostra e Plessi realizza Plescali, un omaggio diretto all’artista pugliese e al tema dell’acqua, presente in modo importante anche nella ricerca di Pino Pascali.Il riferimento non è solo nominale. Plessi aveva mostrato da tempo interesse per Pascali e per alcune sue opere legate al mare, alle pozzanghere, alle confluenze e alle cascate. Le due ricerche rimangono profondamente diverse, ma condividono l’attenzione per gli elementi naturali e per la loro trasformazione in immagini e strutture.A Polignano Plessi riprende due motivi fondamentali della propria ricerca: Waterfall, apparso probabilmente per la prima volta nel 1974, e Il Fiume della Vita.Tre pedane lunghe tre metri, appoggiate obliquamente alla parete, ospitano altrettante cascate dalle tonalità rossastre, con un richiamo al fuoco. A terra, tre strutture lunghe otto metri contengono immagini di acqua dai riflessi azzurri. Il flusso procede in senso inverso: l’acqua sembra risalire verso le cascate.Ne rimasi fortemente impressionato e mi chiesi chi fosse quel pazzo meditativo.L’effetto è quello di un ciclo visivo costruito sull’inversione del movimento. L’acqua non segue più il proprio corso naturale, ma diventa un’immagine modificata dalla tecnologia.Anche il titolo Plescali sottolinea la relazione con il nostro territorio e con il museo dedicato all’artista pugliese.Un altro episodio significativo risale al 1987, quando Plessi partecipa alla mostra Artronica, curata da Anna D’Elia nell’ex monastero di Santa Scolastica a Bari.Fra le rovine dell’edificio non ancora restaurato dispone una serie di monitor inseriti fra grandi coni di ferro. L’installazione prende il titolo di Loco Rotondo, con un riferimento al territorio pugliese, e nasce come variazione di Videoland, realizzata nello stesso anno per la Galleria d’arte moderna di Bologna.La relazione con il luogo è una costante della ricerca di Plessi. Le sue installazioni non vengono semplicemente collocate negli spazi espositivi: sono costruite in rapporto all’architettura, alla storia e alla percezione del luogo. Per lui la Puglia con il suo paesaggio arso e carsico privo di acqua diveniva un contraltare meditativo. Era affascinato dalla luce della nostra regione, forse uno specchio d’acqua sublimato.Il suo metodo emerge nei disegni e nei progetti raccolti nell’Acquabiografico: circa 250 opere potenziali, molte delle quali rimaste sulla carta. Per Plessi il progetto aveva già una propria autonomia. Lo schizzo definiva movimento, struttura, luce e, spesso, anche il suono possibile dell’installazione.Nel suo “pensatoio”, il laboratorio alla Giudecca, l’artista elaborava per decenni un repertorio di immagini e progetti. Una pratica metodica che sembra contrastare con la fluidità delle opere.Nel 2023, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, i Mari Verticali hanno riportato al centro uno dei motivi più riconoscibili della sua ricerca. A Brescia, nello stesso periodo, Plessi Sposa Brixia ha confermato il suo interesse per il rapporto fra installazione, architettura e storia.Il percorso di Plessi parte dalla sperimentazione degli anni Settanta e arriva al digitale senza frattura. Ha lavorato con il video quando era ancora un linguaggio marginale, ha attraversato l’epoca dell’elettronica e ha utilizzato il digitale prima che gli schermi diventassero una presenza quotidiana.La sua originalità non sta nell’aver anticipato il futuro, ma nell’aver dato alla tecnologia una funzione precisa: modificare la percezione e creare una relazione nuova fra immagine, spazio e materia.Per questo le sue opere continuano a essere leggibili al di là degli strumenti con cui sono state realizzate. Cambiano le tecnologie, ma restano acqua, fuoco, materia, movimento e tempo.Nel 1973 Pierre Restany e Franco Sanesi avevano intitolato Acquabiografica uno dei primi testi dedicati alla sua ricerca. A distanza di oltre cinquant’anni, quella definizione resta efficace.L’acqua (cioè la Vita inconscio) è stata infatti il filo conduttore di un percorso che ha attraversato videoarte, installazione, elettronica e digitale. Un percorso nel quale Plessi ha trasformato la tecnologia in linguaggio senza mai separarla dalla materia (la sostanza solida). Fabrizio Plessi e Christina Kubisch ‘Tam-Tam’, video-teatro- Fondazione Noesi Già amico dalla fine degli anni settanta alla fondazione Noesi L’artista e la compagna sono stati presenti a Martina Franca. Fabrizio Plessi e Christina Kubisch ‘Tam-Tam’, video-teatro, con la loro ironia e particolarità di guardare all’acqua nella quale annegare e nella quale raccogliersi.
Cosa dire di più dopo aver letto questo articolo così profondo ed esauriente. FABRIS è un ottimo articolista e non ha niente da invidiare ai soliti storici dell’arte che tanto si autoincensano. Congratulazioni Piero Fabris Davvero eccellente Rispondi