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Violenza di genere nel linguaggio politico: il caso Meloni-Silvestri e il peso delle parole nelle istituzioni

Cinzia Santoro

di Cinzia Santoro

Aula Montecitorio

L’aula di Montecitorio dovrebbe rappresentare il massimo esempio di civiltà linguistica del Paese. Quando la dialettica democratica scivola nell’insulto misogino, si legittima implicitamente lo stesso tipo di svalutazione verbale nella società civile. I media e i partiti politici, sia di maggioranza che di opposizione, hanno il dovere di de-costruire questi schemi narrativi senza applicare sconti legati al colore politico. La vera parità di genere si misura anche dalla capacità di criticare aspramente le decisioni di una donna al potere, mantenendo fermo il confine tra il dissenso politico e la degradazione sessista.

L’uso di metafore sessiste nel dibattito pubblico italiano riduce il ruolo delle donne a stereotipi di subordinazione fisica, minando la parità di genere istituzionale. Lo scontro avvenuto alla Camera tra il capogruppo M5S Francesco Silvestri e la Premier Giorgia Meloni riaccende i riflettori sulla violenza verbale di genere. Le parole utilizzate per criticare l’operato della Presidente del Consiglio dimostrano come la retorica della sottomissione politica utilizzi ancora codici sessuo-allusivi per sminuire l’autorità femminile.

Durante la discussione sulle comunicazioni istituzionali, il deputato Silvestri ha rivolto alla Premier parole offensive che nulla avevano a che fare con la giusta critica alla politica estera dell’attuale governo con Donald Trump e Benjamin Netanyahu:

“Lei non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”.

La risposta di Giorgia Meloni in Aula ha sollevato un’ovazione da parte della maggioranza (mi chiedo cosa avrebbero fatto gli stessi se le offese fossero state fatte a un’esponente dell’opposizione), evidenziando il dovere del rispetto di genere oltre l’appartenenza politica:

“Quello che non riuscite ad accettare è che c’è una persona che, senza mai indossare le ginocchiere, è arrivata dove è arrivata. Vi dà fastidio che la prima donna Premier in Italia sia arrivata dalla destra”.

Nonostante il deputato abbia in seguito rigettato le accuse parlando di “malizia di chi guarda”, l’episodio ha scatenato una condanna bipartisan.

L’analisi del fenomeno conduce a una sola riflessione sul perché il linguaggio utilizzato si traduca in vera e propria violenza. La violenza di genere non si esprime solo attraverso l’aggressione fisica, ma si radica nel linguaggio formale e informale. La metafora del “mettersi in ginocchio”, se applicata a un leader uomo, evoca la classica sottomissione militare o diplomatica. Applicata a una donna, attiva invece una semantica legata alla sessualità, alla degradazione fisica e alla sottomissione morale.

Questo meccanismo si articola attraverso tre precise dinamiche:

La svalutazione del merito: si insinua che il successo o il posizionamento politico derivino da pratiche di servilismo o scorciatoie fisiche, negando la capacità strategica della leader.

La sessualizzazione della critica: l’attacco politico perde il focus sui contenuti normativi e si sposta sulle allusioni anatomiche o posturali.

Il doppio standard di giudizio: un linguaggio che non verrebbe mai tollerato nei confronti di un collega maschio viene normalizzato o derubricato a “ironia” o “semplice metafora” quando colpisce una donna.

Nel circuito della comunicazione politica, i media non sono mai semplici spettatori, ma veri e propri amplificatori culturali. Davanti a espressioni sessualizzate pronunciate nelle aule istituzionali, il giornalismo si trova a un bivio cruciale: informare decostruendo il pregiudizio o fare da cassa di risonanza alla spettacolarizzazione del machismo. Quando la stampa e i talk show scelgono di non prendere una posizione netta, derubricando la violenza verbale a mero “colore politico”, contribuiscono attivamente a sdoganarla nella società civile.

Questo fenomeno emerge con forza nella gestione delle aspre critiche rivolte a figure apicali come la Premier Giorgia Meloni o la segretaria del PD Elly Schlein. Troppo spesso l’attenzione mediatica si sposta dai contenuti dei provvedimenti normativi all’analisi del look, del tono di voce o della vita privata. Quando un attacco politico scivola nella degradazione, l’uso di titoli sensazionalistici mirati al clickbaiting finisce per normalizzare l’insulto, trasformando una violazione del rispetto di genere in un semplice incontro di pugilato verbale da monetizzare in termini di audience.

Per contrastare questa deriva, l’ordinamento professionale dei giornalisti si è dotato di precisi strumenti di autoregolamentazione. Accanto alla tutela dei minori e dei soggetti fragili, è il Manifesto di Venezia il testo fondamentale per garantire il rispetto e la parità di genere nell’informazione.

I giornalisti hanno l’obbligo giuridico e morale di applicare queste regole non solo nei casi di cronaca nera, ma anche e soprattutto nella cronaca parlamentare, rifiutando di farsi complici della decadenza del linguaggio pubblico.

La violenza verbale di genere nelle istituzioni, dunque, non è una semplice scivolata di stile, né un danno collaterale della foga dialettica. È lo specchio macroscopico di una resistenza culturale profonda, che fatica ad accettare l’autorità femminile se non riconducendola a dinamiche di subordinazione sessuata. Quando un’aula parlamentare normalizza codici allusivi per colpire una donna al potere e i media ne amplificano il messaggio senza filtri critici, l’eco di quelle parole supera le mura dei palazzi romani. Risuona nelle case, nelle scuole e nei posti di lavoro del Paese, autorizzando lo stesso identico disprezzo nella vita quotidiana di milioni di cittadine.

Finché la critica politica a una leader non riuscirà a emanciparsi dal corpo e dal genere di chi governa, la nostra democrazia resterà incompiuta. Il vero progresso non si misura soltanto dal numero di donne che raggiungono i vertici dello Stato, ma dalla dignità linguistica che la società, la politica e i mezzi di informazione riconoscono loro lungo il cammino. Disarmare il linguaggio non significa azzerare il conflitto democratico, tutt’altro: significa nobilitarlo, restituendo alle parole il loro peso originario, affinché smettano di essere armi di degradazione e tornino a essere, finalmente, puri strumenti di civiltà.

13 giugno 2026

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