La mia voce non è un vizio: il canto nel buio delle donne afghane Diritti umani 12 Giugno 202612 Giugno 2026 di Cinzia Santoro Herat spari sulle donne che protestavano contro le imposizioni disumane del regime talebano. Kabul veicolo piomba su un gruppo di donne. In ambedue le città le guardie rastrellano le donne per strada o in casa per punirle e sottometterle. A cinque anni dal ritorno dei talebani a Kabul, la resistenza femminile ha cambiato pelle. Tra scuole clandestine online, canzoni di protesta registrate nell’ombra e sfide aperte ai decreti oscurantisti, le donne dell’Afghanistan combattono la battaglia più dura del secolo per i diritti umani. Donne si riuniscono per rivendicare i propri diritti L’isolamento forzato sta provocando un aumento del 25% dei matrimoni precoci e forzati, usati dalle famiglie come unica via di sussistenza per le figlie segregate. Inoltre, il blocco degli studi di medicina sta creando una bomba a orologeria sanitaria: senza nuove dottoresse e ostetriche, la mortalità materna è destinata a crescere del 50%. Sul piano legale, le donne sono state cancellate: una donna ha oggi 4 volte meno probabilità di un uomo di accedere a qualsiasi forma di giustizia formale. Da agosto 2021, l’Afghanistan si è trasformato in un laboratorio di cancellazione di genere attraverso oltre 100 decreti restrittivi emanati dal ministero per la Propagazione della virtù e la Prevenzione del vizio. L’ultima stretta, la legge sul vizio e la virtù, ha persino proibito alle donne di far sentire la propria voce in pubblico, definendola un elemento di seduzione. Oggi, il 78% delle giovani donne afghane è completamente escluso da qualsiasi forma di istruzione, impiego o formazione professionale. Ma la sottomissione totale pianificata dal regime sta trovando un ostacolo insormontabile: la resilienza delle donne afghane. Qual è l’impatto dei divieti in cifre? 2,2 milioni di ragazze sono state private della scuola media e superiore. 100.000 studentesse universitarie espulse dagli atenei. 9,6 miliardi di dollari è la perdita di PIL stimata per l’esclusione femminile dal lavoro. +50% è la proiezione dell’aumento della mortalità materna. La rivolta non può più riempire le piazze di Kabul o Herat con i cartelli “Pane, lavoro, libertà” a causa delle violente repressioni. La protesta si è quindi fatta fluida, digitale e clandestina. Oltre 15.000 studentesse frequentano reti di scuole e università clandestine collegate via internet in case private. Piattaforme crittografate permettono di studiare medicina, informatica e letteratura di notte. Se l’attuale isolamento continuerà, l’UNESCO stima che 4 milioni di ragazze rimarranno senza istruzione entro il 2030. È in atto una rivoluzione, la rivoluzione del canto. In risposta al divieto di far udire la propria voce, centinaia di donne hanno invaso i social media con video in cui cantano a volto coperto. Lo slogan è diventato un inno: “La mia voce non è un vizio, la mia voce è l’inizio della fine del vostro regno”. Le donne si sono organizzate dando vita a forme di economia sotterranea. Negli scantinati nascono micro-imprese di sartoria e programmazione gestite da donne per garantire il sostentamento delle famiglie, aggirando il divieto di lavoro formale. Partecipare significa mettere a rischio la propria vita ogni giorno. I raid della polizia religiosa nelle case e per le strade sono continui. Ma la comunità internazionale che ha abbandonato l’Afghanistan al suo atroce destino cosa potrebbe fare? Il resto del mondo dovrebbe non riconoscere in alcun modo il governo talebano, codificare l’apartheid di genere come crimine contro l’umanità, finanziare le reti internet satellitari e i corridoi umanitari educativi. In realtà accade che ufficialmente l’ONU e i Paesi occidentali non riconoscono il governo talebano. Nella pratica, l’isolamento è solo di facciata. La Russia ha rotto il fronte procedendo al formale riconoscimento diplomatico del regime talebano. Cina, India e Pakistan mantengono ambasciate attive a Kabul e firmano accordi commerciali miliardari in settori strategici come l’estrazione mineraria e le infrastrutture. L’Unione Europea e l’ONU mantengono uffici fisici a Kabul. Pur non concedendo la legittimità politica, l’UE è diventata il principale donatore di aiuti per evitare il collasso totale del Paese. Nonostante le forti pressioni delle attiviste afghane per inserire il reato di apartheid di genere nella nuova Convenzione sui Crimini contro l’Umanità dell’ONU, la discussione tra gli Stati membri è tuttora in corso. Le Nazioni Unite continuano a perseguire i leader talebani sotto la dicitura più generica di “persecuzione di genere” tramite la Corte Penale Internazionale, che ha emesso mandati d’arresto contro la leadership, ma la parola “apartheid” non è ancora legge internazionale. L’Afghanistan odierno voluto dagli Stati Uniti e dalla stessa Europa, che hanno tradito le migliaia di donne afghane cresciute durante l’occupazione occidentale del Paese, è oggi il fronte globale dove si decide se il mondo è disposto ad accettare la totale cancellazione dei diritti di metà della popolazione di una nazione. Le donne afghane resistono e hanno dimostrato di non voler cedere. Resta da capire se il resto del mondo deciderà finalmente di ascoltare il loro canto nel buio. 12 giugno 2026