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Roberto Vannacci e la politica dello scontento: la crisi della mediazione nell’Italia contemporanea

di Pietro Fabris

Ogni epoca politica produce i propri interpreti. Roberto Vannacci non sfugge a questa regola. Per comprenderne il successo sarebbe un errore limitarsi alla critica delle sue posizioni o alla contestazione dei suoi slogan. Più utile è interrogarsi sulle condizioni sociali e culturali che rendono possibile la sua ascesa.

La storia insegna che nessun leader conquista consenso in assenza di una domanda collettiva. Il consenso precede il leader molto più di quanto il leader crei il consenso. Vannacci intercetta una parte del Paese che vive con inquietudine i cambiamenti culturali degli ultimi decenni: l’immigrazione, la globalizzazione, la ridefinizione delle identità familiari, l’emergere di nuovi diritti civili, la percezione di un indebolimento dei riferimenti tradizionali. In una parola: nelle paure!

Sarebbe riduttivo liquidare questo fenomeno come semplice espressione di omofobia o xenofobia. Questi elementi esistono e non vanno sottovalutati, ma da soli non spiegano la profondità del consenso. Dietro vi è soprattutto una diffusa sensazione di smarrimento sociale, una richiesta di riconoscimento che la politica tradizionale fatica da tempo a interpretare.

L’aula di Montecitorio

L’Italia conosce bene questi processi. La Lega di Bossi diede rappresentanza a un Nord che si percepiva abbandonato; il Movimento 5 Stelle raccolse la sfiducia verso le istituzioni e i partiti; Giorgia Meloni ha interpretato la domanda di identità e di sovranità proveniente da ampi settori della società. Ogni volta il meccanismo è stato simile: individuare uno spazio emotivo e trasformarlo in consenso politico.

Ciò che colpisce, tuttavia, è il progressivo venir meno di quella funzione educativa e mediatrice che aveva caratterizzato la migliore tradizione democratica italiana.

Aldo Moro

Nella visione di Giacomo Matteotti, la politica era anzitutto responsabilità verso la verità dei fatti e verso le istituzioni. In Piero Gobetti era esercizio permanente di autonomia critica contro ogni forma di conformismo. Pietro Nenni vedeva nella politica lo strumento per allargare i diritti e includere i soggetti esclusi nella vita democratica. Aldo Moro concepiva la democrazia come incontro tra differenze, convinto che nessuna comunità politica potesse sopravvivere alimentando divisioni permanenti. Enrico Berlinguer, infine, attribuiva alla politica una funzione etica e pedagogica, chiamando i cittadini a una più alta consapevolezza civile.

È proprio qui che emerge la distanza rispetto a molta parte della comunicazione politica contemporanea. Oggi il leader tende sempre più a proporsi come interprete immediato di paure, risentimenti e frustrazioni collettive. La mediazione viene percepita come debolezza; la complessità come un ostacolo; la ricerca del consenso prevale sulla costruzione del bene comune.

Il fenomeno Vannacci si colloca all’interno di questo quadro più ampio. Il suo linguaggio diretto, la contrapposizione tra normalità e diversità, la critica alle élite culturali e mediatiche, non sono anomalie. Sono gli strumenti attraverso cui una parte della società esprime il proprio disagio e ricerca una rappresentanza.

Il punto decisivo, tuttavia, non riguarda Vannacci in quanto persona. Riguarda la qualità della democrazia italiana. Quando il rapporto tra cittadini e istituzioni si indebolisce, quando i corpi intermedi perdono forza, quando partiti, sindacati, associazioni e luoghi di formazione civica smettono di produrre partecipazione, si crea inevitabilmente uno spazio per leadership fondate sulla semplificazione identitaria.

I problema non è l’esistenza del conflitto sociale, che è fisiologico in ogni democrazia. Il problema nasce quando la persona viene ridotta a consumatore di slogan o a membro di una tribù politica contrapposta ad altre. Una società democratica vive invece della capacità di riconoscere la dignità di ciascuno dentro una comunità di destino condiviso.

Per questo il dibattito suscitato da Vannacci non dovrebbe essere affrontato con sarcasmo o superiorità morale. Ogni consenso merita di essere compreso prima di essere giudicato. Ma comprendere non significa rinunciare a valutare criticamente.

La domanda decisiva resta la stessa che attraversa tutta la storia della Repubblica: la politica deve limitarsi a rappresentare il malcontento oppure deve trasformarlo in un progetto di crescita civile e sociale?

La risposta a questa domanda distingue il populismo dalla democrazia matura, il capo dallo statista, la protesta dalla costruzione di una comunità politica. Per Sturzo la democrazia non poteva ridursi né al dominio dello Stato né alla mobilitazione delle masse attorno a un capo carismatico. La vitalità democratica nasceva invece dalla forza dei corpi intermedi, comuni, associazioni, cooperative, sindacati, comunità locali, capaci di educare i cittadini alla responsabilità e alla partecipazione.

Nella sua riflessione emerge una diffidenza costante verso ogni forma di populismo e di personalizzazione della politica. Quando il popolo viene evocato come entità indistinta e contrapposta ad altri gruppi sociali, osservava Sturzo, si corre il rischio di trasformare la democrazia in una semplice competizione di passioni collettive. La politica deve invece riconoscere la pluralità delle persone e delle comunità che compongono la nazione.

In questa prospettiva, il disagio sociale non va negato né demonizzato, ma trasformato in partecipazione responsabile. La risposta alla crisi della rappresentanza non consiste nell’individuazione di nuovi bersagli simbolici o di nuove minoranze da contrapporre alla maggioranza, bensì nella ricostruzione di legami sociali, di luoghi di confronto e di una cultura civica capace di coniugare libertà individuale e solidarietà collettiva.

Bisogna tornare a concepire la persona non come individuo isolato o come semplice componente di una massa, ma come essere relazionale, chiamato a realizzarsi all’interno di una comunità fondata sul rispetto reciproco, sulla responsabilità e sulla dignità di ciascuno.

11 giugno 2026

2 thoughts on “Roberto Vannacci e la politica dello scontento: la crisi della mediazione nell’Italia contemporanea

  1. Se non si conosce il “personaggio” su cui si scrive un articolo , si cade nel luogo comune; si generalizza il “fenomeno” facendo paragoni con personaggi politici lontanissimi nel tempo rispetto a Vannacci . Questa operazione critica è sommaria e partigiana e non lascia scampo a nessuna virtù , ritenendo tutti coloro che seguono questo nuovo movimento ,uomini senza coscienza ,senza capacità critica , una sorta di massa critica utile a creare un leader ! Tutto ciò non mi meraviglia ,visto il taglio giornalistico intriso di un vecchio materialismo storico di una sinistra marxista che ormai non ha più seguito nel sociale. Eppure per comprendere il “Vannaccismo” basta leggere ” il suo libro “Mondo al contrario ” cosa che probabilmente l’autore di questo articolo ha omesso dal fare, preferendo la presunzione della retorica di sinistra.

    1. L’analisi giornalistica che lei critica non nasce da un vecchio retaggio marxista, ma dall’applicazione di categorie storiografiche e sociologiche consolidate per interpretare i fenomeni di massa.
      Il paragone con figure del passato non è un esercizio di retorica superficiale. Serve a evidenziare costanti storiche precise, come il richiamo a un’identità tradizionale idealizzata, la contrapposizione tra un “popolo autentico” e l’élite, e l’uso di un linguaggio volutamente polarizzante. Questi elementi accomunano il “Vannaccismo” a storici movimenti populisti e di destra, rendendo il confronto scientificamente legittimo, a prescindere dalla distanza temporale.
      Inoltre, la critica alla “massa” non nega la coscienza individuale dei singoli sostenitori. Evidenzia invece un dato sociologico reale: la tendenza dei movimenti fortemente personalistici a compattarsi attorno a slogan semplificati, dove il consenso si basa sull’identificazione emotiva con il leader piuttosto che su un programma politico strutturato.
      Infine, liquidare la critica mediatica come “presunzione di sinistra” rischia di essere un capovolgimento della stessa dinamica che lei contesta: un modo per evitare il confronto con i rilievi oggettivi espressi dall’articolo, che evidenziano le contraddizioni e i rischi democratici di determinate tesi.

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