L’impunità del potere e il corpo come territorio di caccia Violenza di genere 11 Giugno 202612 Giugno 2026 di Cinzia Santoro Quando un rappresentante delle istituzioni, come il senatore Francesco Silvestro, viene accusato di violenza sessuale, il dibattito pubblico scivola quasi sempre nel medesimo errore: derubricare l’accusa a una sbandata privata, a una colpa individuale o, peggio, a una macchinazione politica. Si grida al mostro o alla teoria del complotto, isolando il fatto come se fosse un’anomalia in un sistema altrimenti sano. La realtà, analizzata attraverso gli studi di genere, ci mostra l’esatto contrario. La violenza perpetrata da chi detiene il potere pubblico non è mai un semplice impulso incontrollabile. È l’atto politico per eccellenza di un sistema patriarcale vivo e vegeto. Rappresenta la riaffermazione fisica del dominio maschile su un corpo femminile percepito come subordinato. Nelle dinamiche che legano i rappresentanti dello Stato ai cittadini, il ruolo pubblico si trasforma troppo spesso in uno scudo di impunità sociale. Quando l’abusante è un politico, l’asimmetria originaria della violenza di genere si amplifica a dismisura. Lo status e l’influenza della carica vengono utilizzati come un’arma di ricatto silenzioso, riducendo la vittima a mero strumento di gratificazione personale. In questo scenario, il corpo della donna diventa il terreno concreto su cui si consuma il privilegio. Chi decide di denunciare non affronta solo un singolo uomo, ma si scontra con un’intera impalcatura sociale che si attiva immediatamente per proteggere lo status quo, sollevando il dubbio sistematico sulla credibilità della vittima e attivando i meccanismi tossici del victim blaming. In questo panorama risuonano con forza le parole e l’analisi della scrittrice Viola Ardone. Nei suoi interventi, la scrittrice ha smontato la retorica ipocrita di chi considera il patriarcato un concetto superato, ricordando come la violenza di genere sia costantemente alimentata da asimmetrie quotidiane, linguaggio discriminatorio e bias culturali. Con il suo romanzo Oliva Denaro, ispirato alla vicenda storica di Franca Viola e al rifiuto del matrimonio riparatore, l’autrice ha dimostrato come le logiche di possesso maschile rispondano a precise “leggi non scritte” del controllo sociale. Se ieri la violenza veniva sanata per legge cancellando il reato con le nozze coatte, oggi quella stessa logica di possesso si maschera dietro le tutele, i silenzi e le solidarietà corporative del potere politico. La risposta a vicende come quella che coinvolge il senatore Francesco Silvestro non può quindi limitarsi all’indignazione passeggera o all’attesa dei tempi della giustizia penale. Come sostiene la Viola Ardone, il maschilismo va smontato alla radice, a partire dalle scuole. È necessario introdurre in modo strutturale l’educazione affettiva e relazionale nei percorsi formativi, slegandola dalle strumentalizzazioni ideologiche. Fino a quando il consenso e il rispetto dei corpi non saranno considerati una priorità culturale collettiva, chi occupa i vertici delle istituzioni continuerà a sentirsi legittimato a usare la propria posizione per abusare e pretendere il silenzio. Il corpo della vittima viene ridotto a un mero territorio di conquista. Il sesso diviene espressione di dominio nelle dinamiche che coinvolgono figure “autorevoli” (politici, manager, docenti, registi, leader religiosi), l’atto sessuale non consensuale o forzato si spoglia della dimensione legata al piacere per diventare un veicolo di affermazione del controllo. L’abuso serve a tracciare una linea di demarcazione netta tra chi comanda e chi obbedisce. La violenza sessuale agita da uomini che rivestono posizioni di potere non è un impulso biologico incontrollabile, ma rappresenta la massima espressione di un privilegio patriarcale e asimmetrico utilizzato come strumento di dominio e sottomissione. Il potere altera radicalmente la possibilità stessa di esprimere un consenso libero. La violenza raramente si manifesta solo con la forza fisica, articolandosi invece attraverso pressioni sistemiche e psicologiche. Chi detiene il potere può facilmente trasformare l’ambiente circostante, facendo sentire la vittima inadeguata, “pazza“. L’abusante maschera il ricatto dietro l’opportunità di crescita professionale, confondendo i confini etici del rapporto. Quindi la cultura dello stupro e il cameratismo come fenomeno specifico noto come il “potere dopo l’ininfluenza“. Gli individui che sperimentano una scalata sociale o un accesso improvviso all’autorità dopo lunghi periodi di marginalità tendono a sviluppare una minore empatia e una maggiore propensione a violare i confini altrui, utilizzando le molestie come risarcimento psicologico per il passato isolamento. 11 giugno 2026