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Bari Graziella e il portico del teatro Piccinni: quando la burocrazia dimentica la persona

di Antonio Vox

Da diciotto mesi una donna vive sotto il colonnato del Teatro Piccinni. La sua storia è diventata il simbolo di una città che osserva, discute, si commuove, ma non riesce a trovare una soluzione
A Bari ormai la conoscono tutti. C’è chi la saluta passando, chi le lascia qualcosa da mangiare, chi si ferma a parlare pochi minuti prima di andare via. Graziella Marzocca, 59 anni, vive da quasi un anno e mezzo sotto il portico del Teatro Piccinni. Non è una clochard arrivata per caso in città: quella donna una casa ce l’ha. O meglio, ce l’avrebbe. Un piccolo appartamento ereditato dai genitori dal quale, però, è stata allontanata nel corso di una lunga e intricata vicenda giudiziaria e amministrativa che oggi appare come il ritratto di un sistema incapace di mettere davvero al centro la persona.
Per qualche giorno, lo scorso dicembre, il destino le aveva concesso una breve tregua. In occasione delle celebrazioni di San Nicola, l’amministrazione comunale le aveva trovato una sistemazione temporanea in albergo. Una parentesi breve, quasi irreale. Finita la festa del patrono, Graziella è tornata al suo giaciglio sotto il colonnato del Piccinni, insieme ai suoi cani, gli unici affetti che non l’hanno abbandonata.
La sua storia attraversa povertà, solitudine, procedure giudiziarie e quel linguaggio burocratico che spesso riesce a rendere astratta perfino la sofferenza umana. Graziella non lavora, vive in condizioni economiche molto difficili e non riesce a pagare le spese condominiali. Il debito accumulato, circa tremila euro, ha spinto il condominio ad avviare un pignoramento immobiliare.

Graziella Marzocca sotto il portico del teatro Piccinni

Lei sostiene da tempo che all’origine del degrado della sua abitazione ci sia il mancato rifacimento del lastrico solare, causa di infiltrazioni e problemi strutturali. Nel frattempo, però, la situazione precipita.
Nel marzo del 2024 i servizi sociali, dopo averle riconosciuto l’Assegno di Inclusione per povertà assoluta, segnalano alla Procura una situazione definita di “barbonismo domiciliare”. Un’espressione dura, quasi crudele nella sua freddezza tecnica. Dietro quelle parole ci sono solitudine, isolamento, fragilità psicologica e abbandono sociale. A gennaio del 2025 arriva anche la nomina di un amministratore di sostegno da parte del giudice tutelare.
Poi si entra nel labirinto delle procedure.
Ad aprile 2025 il giudice dell’esecuzione dispone l’allontanamento coatto dall’immobile. La motivazione è tecnica: Graziella non consentirebbe l’accesso ai periti incaricati delle verifiche. Da quel momento inizia il suo esilio urbano. Le vengono proposte soluzioni alternative, ma lei le rifiuta perché considerate inadeguate e incompatibili con la presenza dei suoi cani. Per molti possono sembrare dettagli marginali. Non lo sono. Per chi vive nella solitudine assoluta, un animale può rappresentare l’ultimo legame con la vita.
Nel dicembre successivo il pignoramento viene trasformato da immobiliare a mobiliare. La casa, almeno formalmente, resta di sua proprietà. Eppure Graziella continua a vivere all’aperto perché nel frattempo il giudice dispone una perizia tecnica sulla sicurezza dell’appartamento. I tecnici comunali rilevano anomalie strutturali che coinvolgerebbero il condominio. I lavori costano e il clima nel palazzo si avvelena ulteriormente.
Intorno alla vicenda cresce la mobilitazione della società civile. Cittadini, associazioni e volontari raccolgono fondi, scrivono appelli, chiedono un intervento delle istituzioni. Domandano semplicemente che qualcuno trovi una soluzione umana a una storia che umana non sembra più.
Ed è qui che il caso Graziella assume un significato più profondo, quasi simbolico.
Perché, osservando la catena degli eventi, si scopre che nessuno ha realmente torto. Gli assistenti sociali hanno seguito i protocolli. Il condominio ha esercitato un diritto di credito. I giudici hanno applicato le norme previste. I tecnici hanno redatto le loro relazioni. Il Comune sostiene di avere margini limitati perché la questione è nelle mani della magistratura.
Tutti hanno fatto il proprio dovere.
Eppure una donna continua a dormire sotto un portico.
È il paradosso di una società nella quale la correttezza procedurale rischia di sostituire il senso stesso della giustizia. La legge funziona, ma la persona scompare. Le norme si incastrano perfettamente tra loro, mentre la dignità resta fuori dall’ingranaggio.
Il cosiddetto “barbonismo domiciliare”, categoria sempre più utilizzata nei servizi sociali, descrive situazioni di grave degrado abitativo e isolamento. Ma dietro le definizioni cliniche e amministrative esiste quasi sempre una radice comune: la povertà. Una povertà che lentamente diventa esclusione, poi invisibilità.

L’appartamento di Graziella

La storia di Graziella interroga Bari, ma anche il Paese intero. Perché quando un sistema riesce a essere formalmente impeccabile e umanamente impotente, il problema non è più individuale. Diventa collettivo.
Nel frattempo il portico del Piccinni continua a essere la sua casa provvisoria. Una casa senza mura, senza porte e senza futuro certo. Bari passa, osserva, commenta. E Graziella aspetta ancora che qualcuno, tra una perizia e una procedura, si ricordi che prima dei fascicoli esistono le persone.

Da diciotto mesi una donna vive sotto il colonnato del Teatro Piccinni. La sua storia è diventata il simbolo di una città che osserva, discute, si commuove, ma non riesce a trovare una soluzione
A Bari ormai la conoscono tutti. C’è chi la saluta passando, chi le lascia qualcosa da mangiare, chi si ferma a parlare pochi minuti prima di andare via. Graziella Marzocchi, 59 anni, vive da quasi un anno e mezzo sotto il portico del Teatro Piccinni. Non è una clochard arrivata per caso in città: quella donna una casa ce l’ha. O meglio, ce l’avrebbe. Un piccolo appartamento ereditato dai genitori dal quale, però, è stata allontanata nel corso di una lunga e intricata vicenda giudiziaria e amministrativa che oggi appare come il ritratto di un sistema incapace di mettere davvero al centro la persona.
Per qualche giorno, lo scorso dicembre, il destino le aveva concesso una breve tregua. In occasione delle celebrazioni di San Nicola, l’amministrazione comunale le aveva trovato una sistemazione temporanea in albergo. Una parentesi breve, quasi irreale. Finita la festa del patrono, Graziella è tornata al suo giaciglio sotto il colonnato del Piccinni, insieme ai suoi cani, gli unici affetti che non l’hanno abbandonata.
La sua storia attraversa povertà, solitudine, procedure giudiziarie e quel linguaggio burocratico che spesso riesce a rendere astratta perfino la sofferenza umana. Graziella non lavora, vive in condizioni economiche molto difficili e non riesce a pagare le spese condominiali. Il debito accumulato, circa tremila euro, ha spinto il condominio ad avviare un pignoramento immobiliare.
Lei sostiene da tempo che all’origine del degrado della sua abitazione ci sia il mancato rifacimento del lastrico solare, causa di infiltrazioni e problemi strutturali. Nel frattempo, però, la situazione precipita.
Nel marzo del 2024 i servizi sociali, dopo averle riconosciuto l’Assegno di Inclusione per povertà assoluta, segnalano alla Procura una situazione definita di “barbonismo domiciliare”. Un’espressione dura, quasi crudele nella sua freddezza tecnica. Dietro quelle parole ci sono solitudine, isolamento, fragilità psicologica e abbandono sociale. A gennaio del 2025 arriva anche la nomina di un amministratore di sostegno da parte del giudice tutelare.
Poi si entra nel labirinto delle procedure.
Ad aprile 2025 il giudice dell’esecuzione dispone l’allontanamento coatto dall’immobile. La motivazione è tecnica: Graziella non consentirebbe l’accesso ai periti incaricati delle verifiche. Da quel momento inizia il suo esilio urbano. Le vengono proposte soluzioni alternative, ma lei le rifiuta perché considerate inadeguate e incompatibili con la presenza dei suoi cani. Per molti possono sembrare dettagli marginali. Non lo sono. Per chi vive nella solitudine assoluta, un animale può rappresentare l’ultimo legame con la vita.
Nel dicembre successivo il pignoramento viene trasformato da immobiliare a mobiliare. La casa, almeno formalmente, resta di sua proprietà. Eppure Graziella continua a vivere all’aperto perché nel frattempo il giudice dispone una perizia tecnica sulla sicurezza dell’appartamento. I tecnici comunali rilevano anomalie strutturali che coinvolgerebbero il condominio. I lavori costano e il clima nel palazzo si avvelena ulteriormente.
Intorno alla vicenda cresce la mobilitazione della società civile. Cittadini, associazioni e volontari raccolgono fondi, scrivono appelli, chiedono un intervento delle istituzioni. Domandano semplicemente che qualcuno trovi una soluzione umana a una storia che umana non sembra più.
Ed è qui che il caso Graziella assume un significato più profondo, quasi simbolico.
Perché, osservando la catena degli eventi, si scopre che nessuno ha realmente torto. Gli assistenti sociali hanno seguito i protocolli. Il condominio ha esercitato un diritto di credito. I giudici hanno applicato le norme previste. I tecnici hanno redatto le loro relazioni. Il Comune sostiene di avere margini limitati perché la questione è nelle mani della magistratura.
Tutti hanno fatto il proprio dovere.
Eppure una donna continua a dormire sotto un portico.
È il paradosso di una società nella quale la correttezza procedurale rischia di sostituire il senso stesso della giustizia. La legge funziona, ma la persona scompare. Le norme si incastrano perfettamente tra loro, mentre la dignità resta fuori dall’ingranaggio.
Il cosiddetto “barbonismo domiciliare”, categoria sempre più utilizzata nei servizi sociali, descrive situazioni di grave degrado abitativo e isolamento. Ma dietro le definizioni cliniche e amministrative esiste quasi sempre una radice comune: la povertà. Una povertà che lentamente diventa esclusione, poi invisibilità.
La storia di Graziella interroga Bari, ma anche il Paese intero. Perché quando un sistema riesce a essere formalmente impeccabile e umanamente impotente, il problema non è più individuale. Diventa collettivo.
Nel frattempo il portico del Piccinni continua a essere la sua casa provvisoria. Una casa senza mura, senza porte e senza futuro certo. Bari passa, osserva, commenta. E Graziella aspetta ancora che qualcuno, tra una perizia e una procedura, si ricordi che prima dei fascicoli esistono le persone.

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