Oltre la tragedia, il silenzio: quando il sociale diventa invisibile Cronaca 17 Aprile 202621 Aprile 2026 di Pietro Fabris La morte del bambino precipitato da un balcone nel quartiere San Paolo di Bari non può essere archiviata come una delle tante notizie che scorrono rapide, consumate in pochi istanti e subito dimenticate. È una tragedia che interroga, che dovrebbe incrinare il nostro senso di normalità e costringerci a guardare dove troppo spesso scegliamo di non vedere.Dietro questo episodio non c’è soltanto il dolore indicibile di una famiglia. C’è un sistema che, da anni, mostra limiti evidenti nel sostenere chi vive condizioni di fragilità. Quando una disabilità entra nella quotidianità di una casa, non è un evento che si gestisce a intermittenza, né qualcosa che può essere confinato in una ricorrenza o in una dichiarazione istituzionale. È una realtà continua, complessa, logorante.Eppure, la risposta pubblica appare spesso disomogenea, talvolta iniqua. Le risorse destinate al sociale somigliano sempre più a una coperta troppo corta: c’è chi riesce ad accedere con continuità ai servizi e chi, pur seguendo ogni procedura, resta intrappolato in attese indefinite, numeri occupati, pratiche sospese. Non è solo una questione di fondi insufficienti, ma di criteri, trasparenza e capacità organizzativa. In questo contesto, la burocrazia rischia di trasformarsi da strumento di garanzia a barriera. Le richieste di aiuto diventano e-mail senza risposta, le prese in carico si dilatano nel tempo, e molte persone finiscono per rinunciare, scoraggiate. È un arretramento silenzioso, che non fa notizia ma incide profondamente sulla qualità della vita.Fa ancora più riflettere che tutto questo avvenga mentre si moltiplicano le iniziative simboliche legate alla Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo. Accendere luci blu, diffondere messaggi, promuovere campagne ha senso solo se accompagnato da un impegno concreto e continuativo. Altrimenti, il rischio è quello di una retorica che consola chi la pronuncia, ma lascia immutate le condizioni di chi vive il problema.Le parole di Pino Tulipani (che fu garante regionale dei diritti delle persone con disabilità) restano, in questo senso, di una lucidità disarmante: “Noi viviamo certi problemi 365 giorni all’anno”. È una frase che dovrebbe orientare ogni scelta pubblica, perché richiama a una responsabilità che non può essere episodica né delegata.Serve un cambio di prospettiva. Servono criteri chiari e verificabili per l’accesso ai servizi, tempi certi per le valutazioni, un monitoraggio trasparente sull’uso delle risorse. Serve, soprattutto, una cultura dell’ascolto che non si esaurisca nell’accoglienza formale, ma si traduca in azione.Perché dietro ogni domanda inevasa non ci sono pratiche, ma persone. E quando le istituzioni non riescono a rispondere, il peso ricade interamente sulle famiglie, spesso isolate, costrette a reggere da sole un carico che dovrebbe essere condiviso.Le tragedie come questa non possono essere ridotte a fatalità o a momenti di distrazione. Senza forzare semplificazioni, è necessario riconoscere che esistono contesti che amplificano la fragilità e rendono più difficile prevenire, gestire, proteggere.Un editoriale non restituisce ciò che è stato perso. Ma può, e deve, impedire che il silenzio diventi complice. Perché una società che si limita a commentare il dolore, senza interrogarsi sulle proprie responsabilità, è una società che rinuncia a essere comunità.