Sei qui
Home > Ambiente > Rifiuti urbani: soluzioni e ricerca

Rifiuti urbani: soluzioni e ricerca

di Rosa Maria Vinci

Oggi il mondo produce tra i 2,3 e i 2,6 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani all’anno.
Il tema dei rifiuti è tra i più scottanti e dibattuti sull’intero pianeta. La maggiore urbanizzazione, l’aumento dei consumi, la crescita demografica soprattutto in Africa sub Sahariana(+ 124%) e l’Asia Meridionale (+ 99%) vanno ad incrementarne le problematiche.

rifiuti- inquinamento

Secondo gli ultimi dati forniti dai principali enti di riferimento quali la World Bank col database What a Waste, l’UNEP, l’ISWA, l’Eurostate OCSE che raccolgono i dati sulla gestione dei rifiuti per i paesi europei, oggi il mondo produce tra i 2,3 e i 2,6 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani all’anno.
Si calcola che nel 2050 avremo un aumento dei rifiuti del 50-60% arrivando a 3,9  miliardi di tonnellate annue.  La produzione di rifiuti è anche storicamente legata al livello di reddito. In percentuale il basso reddito produce circa il 9% di rifiuti, il medio il 16% mentre la fascia di medio-alta il 36% pur rappresentando solo il 16% della popolazione. La tipologia più critica è rappresentata dagli scarti alimentari per il 38%, circa 1/5 del cibo mondiale che causa l’ emissione del potentissimo gas metano 28 volte più potente del CO2.
L’industria tessile contribuisce all’inquinamento producendo il 10% delle emissioni di anidride carbonica. Circa l’85% dei tessuti finisce in discarica ogni anno.  A ciò si aggiungono i danni della tecnologia  i cui rifiuti crescono dal 3 al 5% annuo, grazie anche all’ obsolescenza programmata: alcuni produttori programmano del tutto illegalmente guasti irreparabili in concomitanza con la scadenza della garanzia. Per questo le associazioni dei consumatori si stanno battendo per il diritto alla riparazione dei prodotti elettronici. Non approfondiamo circa i rifiuti in orbita nello spazio, come satelliti spenti, stadi di razzi e altri detriti che minacciano le missioni spaziali attive e per i quali si stanno studiando modalità di rimozione. Al momento attuale richiedono la vigilanza di numerose organizzazioni e stazioni spaziali, delle quali il principale ente di controllo globale è il Dipartimento della Difesa USA.  Nel frattempo si assiste alla migrazione di rifiuti di ogni tipo verso i Paesi del sud globale che non sono adeguatamente strutturati per lo smaltimento, anche se lentamente l’Unione Africana sta promuovendo numerose start up per il riciclo dei numerosi materiali che potrebbe creare numerosissimi posti di lavoro, si parla di diversi milioni entro il 2030.
Nei paesi a basso reddito circa il 90% dei rifiuti viene bruciato, lasciato in discariche a cielo aperto o disperso nell’ambiente con gravi conseguenze  per la salubrità del nostro pianeta mentre la Cina gestisce l’85% dei suoi rifiuti bruciando nei  1100  termovalorizzatori attivi sorti a partire dal 2005. Attualmente gran parte di essi sono al regime del 60% per scarsità di materiale di risulta da bruciare. Quindi se da un lato la Cina ha quasi esaurito i suoi rifiuti e punta ad acquisirne altri probabilmente da altri Paesi, ha comunque il problema di ridurre l’inquinamento di CO2 causato dai fumi ed anche dal percolato, residuo della combustione degli stessi. L’Europa è ferma sulla posizione del concetto di rifiuto non come scarto ma come risorsa e punta sul riciclo dei materiali, soprattutto della plastica che è notoriamente tra quelli più difficili da smaltire e che sta riempiendo il mondo. Si calcola la produzione 430 milioni di tonnellate di cui solo il 9% viene riciclato . Una quantità pari a 2000 camion della stessa viene riversata quotidianamente negli oceani dove si presenta sotto forma di grandi isole galleggianti.
Ogni città, stato o continente è alla ricerca di soluzioni. Si continua paradossalmente  a produrne in considerazione di alcuni determinanti fattori tra i quali i principali sono il basso costo e la versatilità. Questo materiale è economico, pratico da trasportare poiché molto leggero e soprattutto costoso da riciclare. È performante in settori come l’alimentare  per la conservazione igienica dei cibi e quello medico per cui le industrie, non essendo ancora stato trovato un prodotto alternativo a parità di prestazioni e prezzo, continuano a preferirlo vergine e non riciclato.

inquinamento- ciminiere

In mancanza di soluzioni alternative, la produzione industriale non si tocca, per evidenti ragioni economiche e di occupazione. In ultima analisi la società moderna ruota intorno a questo materiale e cambiare registro richiede grandi cambiamenti sistemici. Essendo un sottoprodotto derivato dal petrolio, l’industria petrolchimica sta investendo in massa nella plastica per mantenere alti i profitti anche in virtù della transizione energetica verso altre fonti e finché  ci saranno forti poteri a sostenerne l’uso il mondo dovrà aspettare. Molti sono i progetti di pulizia dei mari il più conosciuto tra i quali è “The Ocean Cleanup” che consiste in enormi reti trainate a forma di U da navi che raccolgono così la plastica galleggiante per convogliarla in una zone di ritenzione. L’80% dei detriti in plastica arriva dai fiumi dove per bloccare la discesa in mare intervengono dei catamarani ad energia solare che deviano i detriti su un nastro trasportatore dove vengono smistati per essere riciclati. Tra gli altri sistemi abbiamo ruote idrauliche o droni acquatici che mangiano i rifiuti galleggianti. Ma la scoperta più sensazionale per ripulire l’ambiente dai rifiuti di plastica è quella degli enzimi PETasi e MHETasi fatta in Giappone al Kyoto Institute of Technology, che rompono i legami chimici di plastica e bioplastica, scomponendola.  Nel campo della ricerca di materiali sostitutivi, il RIKEN Center for Emergent Matter Science dell’Università di Tokyo ha sviluppato un nuovo materiale con componenti vegetali e sali naturali, apparentemente simile per resistenza alla plastica ed anche riutilizzabile ma biodegradabile in mare. Se questo nuovo ritrovato trovasse applicazione industriale, si eviterebbe un ulteriore inquinamento e ogni anno la moria di milioni di animali marini che restano soffocati per l’ingestione di rifiuti.  Ancora una volta dovremo contare sull’ingegno umano e sulla scienza per tamponare i danni che l’uomo stesso arreca a sé stesso e alla terra. Essa gli è concessa solamente in uso ed è suo dovere consegnarla totalmente fruibile alle generazioni future. 

Lascia un commento

Top