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Tamara Stepanyan: filmare l’Armenia come si abita una nostalgia impossibile

Film armeno Le Pays d'Arto - intervista alla regista
Maria Silvia Quaranta

di M. Siranush Quaranta

La regista armena Tamara Stepanyan
La regista armena Tamara Stepanyan

C’è un momento, ogni volta che atterra a Yerevan, in cui Tamara Stepanyan vede quella strada uscendo dall’aeroporto e sente che è casa. Eppure, da quella casa è andata via a dodici anni, prima per il Libano durante il crollo dell’Unione Sovietica, poi per Beirut, la Danimarca, e infine la Francia. «Non vivo più in Armenia, ma è un Paese che mi perseguita come un braccio amputato, che vive dentro di me. A spingermi sono l’ansia e le domande». È con questa tensione interiore, mai risolta, che la regista armena ha costruito Le pays d’Arto, primo lungometraggio di finzione che ha aperto il 78° Festival del cinema di Locarno nell’agosto 2025 come film inaugurale della Piazza Grande — il più grande cinema all’aperto del mondo — ed è poi approdato nella sezione Meridiana del Bif&st.

La Gazzetta dal Tacco l’ha incontrata e le ha posto la prima domanda naturale: come nasce l’idea di passare dal documentario al film d’azione? «Penso che nel cinema ci siano certi soggetti di cui si parla con la voce del documentario, e certi di cui si parla con la voce della finzione», risponde con chiarezza. «Volevo parlare di trauma, del mio paese, delle tante guerre — il Karabakh, il terremoto, i diversi conflitti. E volevo parlare di amore, di menzogna, di qualcosa di nascosto che Arto non dice. Era impossibile farlo in forma di documentario». Il progetto ha richiesto dieci anni di elaborazione. «Per me documentario e finzione sono entrambi cinema: sono solo voci diverse, linguaggi cinematografici diversi».

Con la seconda domanda si è affrontato il suo trasferimento in Francia e gli inizi come regista in un paese straniero. «All’inizio era complicato perché non parlavo francese, e in Francia se parli inglese non va bene», racconta con ironia. «Ho deciso in fretta che avevo bisogno di trovare la mia casa. È qualcosa che ho fatto tutta la vita, perché ho lasciato l’Armenia da piccola». Essere sradicata, spiega, significa essere sempre alla ricerca. Imparare il francese, iniziare a scrivere prima in inglese poi in francese, costruire lentamente un senso di appartenenza. «Mi sento a casa in Francia, anche se ci sono sempre delle cose che non vanno. Ma la mia casa vera è in Armenia, è lì dove ho le mie radici, la mia lingua madre è l’armeno. E nonostante non viva lì da trentadue anni, è sempre là che mi sento davvero a casa».

Il film racconta di Céline — interpretata da Camille Cottin — una donna francese che arriva in Armenia per ufficializzare la morte del marito Arto, e scopre che lui le ha mentito sulla propria identità: ha combattuto, ha assunto un altro nome, è considerato un disertore. Viaggiando nel passato di quest’uomo, incontra i reduci invalidi delle battaglie del 2020, i veterani degli anni Novanta, figure segnate da una guerra che non sembra finire mai. Una donna a caccia di qualcosa da seppellire, cercando nel suo peregrinare di salvare la figura del marito morto.

La regista durante il dibattito al Kursaal Santalucia
La regista durante il dibattito al Kursaal Santalucia

Dopo la proiezione al Kursaal, il 27 marzo, alla quale era presente il Console Onorario della Repubblica d’Armenia Dario Rupen Timurian, il dialogo con il pubblico ha approfondito molti aspetti del film. Sulla scelta di una protagonista francese, Stepanyan ha precisato: «Se fosse stata armena, non avrebbe avuto bisogno di tornare in Armenia alla ricerca di qualcosa che le sfugge. Avevo bisogno di uno sguardo esterno ma sensibile — e chi meglio della Francia, che ha una grande tradizione di vicinanza all’Armenia?» Ad accompagnare Céline nel suo viaggio è Arsiné, il personaggio affidato a Zar Amir Ebrahimi, attrice cosmopolita capace di portare nel film una stratificazione di culture e tradizioni. Una scelta che sembrava impossibile a tutti tranne che a lei. «Le ho mandato il copione e poco dopo mi ha chiamato per accettare».

Il passato documentaristico, ha spiegato al pubblico, è stato una risorsa preziosa piuttosto che un ostacolo. Lo dimostra un aneddoto emblematico: la scena del bus con la canzone nacque due giorni prima delle riprese, quando l’autista si rifiutò di cantare. Fu un musicista della troupe a sostituirlo. «Gli ho chiesto se fosse disposto a rappare durante l’attraversamento della frontiera — tutti mi hanno preso per pazza. Ma lui mi ha chiesto se la protagonista l’avrebbe guardato mentre cantava, e quando gli ho detto di sì, ha accettato. È uno dei momenti più belli del film». A fare da chiave dell’intero racconto è il personaggio interpretato da Denis Lavant, presenza breve e folgorante. «L’ho pensato come l’ultimo soldato che protegge la terra, che rappresenta tutte le guerre — parla arabo, tedesco, russo. È lui che dà a Céline, e allo spettatore, la risposta su quello che il film vuole dire».

Sullo sfondo rimane il Karabakh, perduto nel 2023. «Per noi è come avere un arto amputato», ha detto Stepanyan con voce ferma. «Era una terra ancestrale, la patria dei nostri padri. Puoi cercare di passarci su, fare una riabilitazione, ma il dolore rimane sempre. Per me era importantissimo cominciare a parlare di questa ferita». Una ferita che, attraverso il cinema, diventa racconto condiviso che forse, un poco, si impara a portare.

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