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Il Valico di Rafah: un’azione disumana

di Cinzia Santoro

Israele apre il portone, il portone egiziano del campo di concentramento di Gaza.

Anche l’unico valico non israeliano sarà amministrato dal COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories) agenzia del Ministero della Difesa israeliana. Ovvero l’ufficio della Gestapo sionista, il rubinetto dell’aria, come ci racconta l’attivista Vincenzo Fullone, che decide chi può uscire, chi resta intrappolato e chi muore aspettando. “Non è umanità, è controllo, non è libertà è tortura amministrativa”

Dal 1° febbraio, la “riapertura” di Rafah non è libertà.
È controllo amministrato del corpo umano. La gestione passa al COGAT e l’assedio diventa burocrazia. Permessi. Liste. Autorizzazioni. Le persone non chiedono di uscire al valico.
Le richieste nascono dentro Gaza da ospedali, uffici sanitari, canali umanitari, dove i nomi entrano in liste chiuse. E le liste non decidono. Vengono inoltrate. La decisione è una security clearance israeliana. Chi non è in lista, non esiste. Chi è in lista, diventa un fascicolo. L’autorizzazione non segue il dolore o l’urgenza medica, ma criteri di controllo. Dopo l’approvazione arrivano i filtri: volto, dati biometrici, controlli incrociati. Non è triage. È screening militare. Anche quando il nome passa, il movimento non è libero. Numeri contingentati. Coordinamenti multipli. Due o tre bus al giorno. Le uscite vengono favorite. I rientri saranno eccezioni. Il linguaggio è tecnico. La realtà è semplice: muoversi diventa una concessione militare.

Gaza

Rafah ridotta a un check point che schiaccia l’anima. Una porta che non appartiene a chi ci vive, si apre e si chiude dall’esterno. Ancora Vincenzo Fullone ci parla : “Rafah da sempre non è mai stato un passaggio, è sempre stato un imbuto, un collo di bottiglia, un’umiliazione. Oggi quell’imbuto un limbo di terrore, una trappola travestita da via d’uscita. Chi sale su quei bus lungo il tragitto vede la propria terra cancellata, i segni dello sterminio, il paesaggio trasformato in assenza. Comprende una sola cosa sta perdendo il ritorno. Ogni passaggio da Rafah è una ferita che divora la dignità. E mentre il bus si allontana altre vite restano ad aspettare, malati, feriti, persone appese al permesso che non arriva mai. Gaza è un campo di concentramento e il silenzio non è neutralità ma complicità. E quando una porta decide chi può uscire non è una frontiera ma una prigione a cielo aperto.

Quando la Storia vi chiederà dove eravate? Una sola risposta: “a guardare”.

Valico di Rafah

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