Quando la giustizia supera la legge: il processo Tehlirian rinasce a teatro Cultura Teatro 1 Dicembre 20252 Dicembre 2025 di M. Siranush Quaranta A Lecce domenica 30 settembre, presso i Cantieri Teatrali Koreja, la compagnia Giardino Chiuso ha portato in scena il caso giudiziario che assolse l’assassino di Talaat Pascià, architetto del genocidio armeno. Una sala trasformata in aula di tribunale, il pubblico disposto come una giuria, due attori seduti l’uno di fronte all’altro. Tra loro, un abisso di dolore e una domanda che attraversa il secolo: quale giustizia è davvero giusta? “L’imputato non è colpevole“, lo spettacolo della compagnia Giardino Chiuso diretto da Tuccio Guicciardini e Patrizia de Bari, ricostruisce uno dei processi più straordinari del Novecento, quello che nel 1921 a Berlino assolse Soghomon Tehlirian, giovane studente armeno che aveva ucciso Talaat Pascià, ex Ministro degli Interni turco e principale responsabile del genocidio armeno. Un momento dello spettacolo @AntGiannuzzi La storia è potente nella sua drammaticità: il 15 marzo 1921, nelle strade di Berlino, Tehlirian raggiunse Talaat Pascià, rifugiato in Germania dopo la sconfitta dell’impero ottomano, e lo uccise con un colpo di pistola. Pochi mesi dopo, il 2 e 3 giugno, si celebrò il processo che si concluse con un verdetto inaspettato: l’assassino venne assolto, la vittima moralmente condannata. La genesi dello spettacolo, patrocinato dall’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e dall’ Unione armeni d’Italia, ha radici profonde nell’esperienza diretta della compagnia in Armenia. Come racconta Guicciardini, tutto è nato dopo un viaggio di lavoro a Yerevan: “Ci siamo legati a questa nazione, a questa storia che è sconosciuta a molti”. L’incontro decisivo avvenne durante una cena con la scrittrice Antonia Arslan e il giurista Fulvio Cortese, che suggerì di mettere in scena gli atti del processo. “Ci siamo appassionati a questo tipo di idea e l’unica cosa che potevamo fare era metterla in scena”, spiega il regista. Debuttato nel 2019 al festival Orizzonti Verticali, lo spettacolo ha vissuto l’interruzione forzata della pandemia prima di trovare nuova vita in questa edizione con Michele Andrei e Matteo Nigi nei ruoli del giudice e dell’imputato. La scelta drammaturgica è stata radicale: il testo, tratto direttamente dagli atti processuali, mantiene un’essenzialità che toglie ogni fronzolo alla narrazione. Due attori immobili, seduti, separati da una distanza fisica che diventa metafora di un confronto assoluto tra diritto positivo e diritto naturale. Gli attori e gli autori a confronto con il pubblico “Per me ogni parola è come una pietra”, confida Patrizia de Bari, spiegando la poetica dello spettacolo. Un’immagine che l’ha accompagnata sin dal viaggio in Armenia, paese delle pietre scolpite, dei khachkar, le croci di pietra che resistono al tempo. Con l’aiuto di Elen Adamyan, traduttrice armena, la compagnia ha curato ogni dettaglio, ogni pronuncia, trasformando le parole in monumenti alla memoria. Gli attori hanno affrontato il testo con un approccio che li ha sorpresi. “Tutto ciò che è scritto dentro a quel testo parla abbastanza chiaro”, spiega Matteo Nigi. “Cerchiamo di fare da mezzi, di far risuonare quello che c’è scritto negli atti processuali”. Michele Andrei, con una lunga esperienza teatrale, confessa un’emozione inaspettata: “Pensi di avere sempre addosso una buona dose di cinismo nell’affrontare le cose, ma la lettura di questo testo è stata come tutt’altra cosa. Mi ha fatto molto riflettere sul concetto di violenza”. Lo spettacolo non racconta solo il passato. Come sottolinea Guicciardini, dal 2019 a oggi è cambiato il modo di approcciare questi temi: “Non è soltanto la questione armena. È importante avere una memoria perché sulla strada della memoria possiamo trovare una via per una convivenza civile”. Una riflessione che risuona drammaticamente attuale, attraversata dalle tragedie contemporanee, dai genocidi che continuano a macchiare il nostro tempo. La rappresentazione ha toccato profondamente il Console Onorario della Repubblica d’Armenia in Bari Dario Rupen Timurian, presente in sala assieme ad una delegazione della comunità armena pugliese: “Avete rappresentato meravigliosamente bene il diritto positivo e il diritto naturale, quello che gli uomini scrivono essere giusto e quello che gli uomini sentono che sia giusto fare”. Un’emozione che ha dedicato alla memoria di una donna straordinaria, Lilosian Araksi figlia di armeni giunti a Bari all’inizio del secolo scorso, scomparsa proprio pochi giorni prima dello spettacolo. L’intervento dei Console onorario Timurian Il Console Timurian ha ricordato Hrand Nazariantz e altre figure eroiche che salvarono i profughi armeni, sottolineando come la Puglia abbia ospitato storie straordinarie di accoglienza. “Noi abbiamo conosciuto un tragico capitolo della storia”, ha detto. “La notizia buona è che grazie a persone come voi che raccontano, si sensibilizzano gli animi”. La compagnia Giardino Chiuso non fa intrattenimento fine a sé stesso, affrontando sempre tematiche che possiedono una profonda sostanza, come ha spiegato Patrizia de Bari. In questo lavoro, l’immobilità e il silenzio diventano linguaggio scenico, omaggio a tutte le persone che hanno sofferto. Una scelta artistica che rende lo spettacolo un’esperienza di teatro civile nel senso più profondo del termine. A conclusione del confronto con il pubblico è partito l’invito della comunità armena a collaborare, a condividere storie, a mantenere viva una memoria che non può essere archiviata. Perché, come recita una battuta dello spettacolo citata da Guicciardini, “l’uomo è soltanto perfido”, ma forse il teatro può venire in soccorso, può aprire spazi di riflessione e cambiamento. “Gli armeni sono sempre stati spazzati via”, conclude un testimone citato nello spettacolo, “ma mai del tutto”. E il teatro diventa strumento di questa resistenza, pietra scolpita nella memoria collettiva.