In ricordo di Manlio Epifania Cultura 13 Novembre 202515 Novembre 2025 di Marilina Sepe Di Manlio Epifania è stato già scritto tutto. Chi era e cosa ha significato è stato detto da persone molto piùqualificate. A me resta solo da aggiungere il mio personale ricordo, come il quanto basta nelle ricette: qb al bisogno. E io ho bisogno di ritrovare Manlio ripercorrendo i luoghi di incontro che ho amato, che amiamo, della nostra città, i cosiddetti luoghi dell’anima, perché è lì che «la nostra vita scorreva: su quelle strade e piazze come nell’alveo di un fiume» come scrive Pratolini ne “il Quartiere”. Parco Gargasole È per questo che domenica 9 novembre sono andata a Parco Gargasole a partecipare alla piantumazione di un carrubo dedicato a lui. È lì che voglio ricordarlo. Il luogo dell’anima dove ho conosciuto Manlio è l’ex caserma Rossani, l’ex caserma non il Parco. L’ex “caserma liberata”, sorta quando ancora non esisteva il Parco Rossani, era per me un luogo-simbolo del quartiere insieme con il Piccolo Teatro, i cinema Odeon e Armenise ormai chiusi, i negozi, le librerie indipendenti … e le pasticcerie che sfornavano i cornetti a tutte le ore. E quelle sopravvivono. E’ bello sentirne anche di notte il profumo. Ma anche il profumo della cultura ha un suo fascino. Io, la caserma già la conoscevo perché da ragazza andavo ad allenarmi lì, nei campi sportivi della Rossani. Poi la caserma fu chiusa e credo sia rimasta così per oltre trent’anni durante i quali non si capiva bene che fine avrebbe fatto. Ce lo domandavamo tutti anche se, col tempo, ci si stava quasi rassegnando all’idea che ne avrebbero fatto quello che volevano, che i politici ne avrebbero fatto quello che volevano, insomma si mormorava un e più non dimandare: altri palazzoni, altro cemento… La caserma Rossani, poi aperta ai cittadini, funzionò un po’ come quei monumenti iconici che vengono “incartati” per un periodo più o meno lungo, per poi restituirli alla comunità che li riscopre (è il caso di dirlo) apprezzandone di nuovo la bellezza; sono luoghidell’anima, appunto, dove ritrovi te stesso, senti le tue radici nella città, riscopri il senso di appartenenza e di identità perché, parafrasando Pratolini, un quartiere, un paese, una città è madre, è un fiume di strade, viali, piazze che nascono e scorrono fuori da uno stesso utero. Fu così che io andai a vedere l’ex caserma liberata Rossani allora sede di un vivace Centro Sociale, volevo imprimerla nella mia memoria, custodirla ché, almeno da lì, non poteva essermi espropriata. A dire il vero, questo non era all’epoca ancora un pensiero compiuto, non era una strategia che perseguivo per “salvaguardare i luoghi della memoria”, no: era solo il piacere di immergermi in un ritaglio della mia città che mi apparteneva e che in qualche modo era rimasto in ombra, fuori dal contesto, fuori dal tempo. C’erano diversi curiosi come me che Manlio accompagnava a visitare l’area verde all’interno dell’ex caserma. Ci indicava il percorso in mezzo all’erba alta in modo da evitare che danneggiassimo le piante, ci spiegava la loro importanza, ci diceva che quello era come uno scrigno dove la struttura in disuso da più di vent’anni aveva preservato quella ricchezza di vegetazione, il verde che apparteneva proprio a noi, al quartiere, alla città. Quella ricchezza era nostra. Era come se quelle piante fossero cresciute di nascosto e Manlio ora, sotto i nostri occhi, le stesse disvelando, stesse sollevando il velo di quel silenzio che le aveva fino allora difese. «I nostri passi risuonavano sulle pietre, nel silenzio…» scrive Pratolini e, difatti, noi camminavamo in silenzio, come in una chiesa lasciando che le nostre espressioni esprimessero tutta la meraviglia, uno stupore bambino ci allagava lo sguardo.Manlio ci parlò del suo impegno militante, degli orti urbani, di Ortocircuito, dell’importanza di tutelare le aree verdi, che ci appartenevano. Declinava tutto in un noi collettivo ma io mi ricordo quei discorsi come in sottofondo, come fossero una musica di accompagnamento a quello che era solo il sogno di Manlio che, in quel momento, ci stava confidando. La sua voce ci accompagnava fra le rose cullando il sogno di una città diversa, una città con i cinema, i giardini, i teatri, le gallerie d’arte, i circoli letterari … una città un po’ più mia, anzi nostra, un quartiere che si apriva ad accogliere. E poi quel discorso crebbe: AVERE CURA. E non fu più il “sogno di Manlio”, non era solo il suo sogno, era il nostro, il nostro impegno per una Bari diversa. Manlio Epifania AVERE CURA. Su quelle parole si è edificata un’etica sovversiva del rispetto dell’ambiente che non chiede meramente alla politica di fare qualcosa ma che offre ai politici l’esempio di quanto fanno i cittadini. La città è più avanti. Quei semi hanno germogliato, hanno germinato gli orti urbani diffusi nel nostro territorio, la collaborazione con Retake ha dato ulteriore sostanza a quel AVERE CURA, Parco Gargasole abbraccia la cittadinanza, si apre restituendo al quartiere il suo naturale respiro. Ed è accoglienza. E sono le domeniche al Parco, i picnic senza plastica, i giochi con i bambini che imparano il linguaggio della natura, i percorsi didattici, gli spettacoli, la cultura. Parco Gargasole diventa la dimostrazione che il senso di cittadinanza non si forma nel chiuso delle case ma negli spazi pubblici, nasce dal contatto con gli altri, cresce negli spazi urbani, nelle strade. «il Quartiere è un luogo privilegiato in cui si costituisce una sfera comunitaria compatta, unita dalle esperienze di vita vissute da chi vi risiede e da chi lo frequenta.» (Pratolini) Manlio Epifania apre le porte di Gargasole alle iniziative di Associazioni di Promozione Sociale, a gruppi di volontariato culturale, a singoli artisti, volontari, militanti del bene comune. Fervono laboratori di arti, si dipinge all’ombra del fico, si impasta, si semina, si legge, si conserva, si usa, si ricicla, si scambiano oggetti, esperienze, ricordi, si coltivano ricchezze collettive. Si diffonde gioia negli incontri. L’idea di Manlio diventa pratica quotidiana, cresce in noi senza che ne fossimo ancora pienamente consapevoli. E forse questo è il dono più grande che Manlio ci ha fatto: ci ha offerto l’opportunità di partecipare a un progetto che si definiva strada facendo, che si formava includendo i nostri apporti, una cultura che nasceva dai cittadini. Non mi piace dire che “nasceva dal basso”; i cittadini non sono in basso, non sono “sotto” i politici. A Bari, per la cultura, ha fatto molto di più Manlio Epifania di qualsiasi assessore, perché lui la viveva quotidianamente, la respirava alla Masseria dei Monelli, la praticava a Ortogentile, la offriva negli spettacoli teatrali che si tenevano a Gargasole. «Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione» diceva Gaber e questo è stato il messaggio rivoluzionario di Manlio Epifania. Questa è stata la sua rivoluzione.Nelle sere d’estate a Gargasole, nonostante mancasse la luce, si tenevano spettacoli realizzati con un grande sforzo collettivo. Manlio mi disse che da anni riceveva rassicurazioni dai politici di turno ma non la luce. Non era arrabbiato, me lo disse con il garbo di chi ci è abituato, ne parlò con la sua innata delicatezza, sorridendo. Ora vogliono dare un nome al Parco: Manlio Epifania. Personalmente ne sono lieta ma – faccio notare – per noi quel Parco era già intitolato a Manlio. Purtroppo le istituzioni arrivano in ritardo, Manlio era più avanti. Non ci serve una targa, preferiamo il carrubo. Date la luce a Gargasole, date luce agli orti urbani, ai luoghi di incontro e scambio culturale. Questo voleva Manlio: date luce e respiro alla cultura o saremo sepolti da un’onda di maledette primavere. Mi piacerebbe che i politici di turno venissero a visitare questa “casa di Manlio”. Ci sono stati in tanti, tante altre volte a Gargasole, ma questa volta vorrei che camminassero guardando a terra. Parco Gargasole non ha lo stesso fascino del Parco Rossani, non ha la vanità di una donna in abiti griffati ma il profumo e i rossori di una ragazza di campagna, qui bisogna fare attenzione a non calpestare le orchidee selvatiche. Manlio le ha protette con delle piccole canne, sono segnalate solo da questi rametti. Bisogna osservare con attenzione fra l’erba per scorgere queste timide orchidee che nascono spontaneamente in primavera, bisogna averne cura, sono molto delicate. «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.» (La luna e i falò – Cesare Pavese) 13 Novembre 2025