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Il cuore nascosto di Bari: dalle radici romane alla rinascita medievale

La Cattedrale di Bari nella città vecchia

di Maria Silvia Quaranta

La Cattedrale di San Sabino, fulcro spirituale e architettonico della città vecchia di Bari, è molto più di un semplice luogo di culto. Le sue maestose forme romaniche, risalenti al XII secolo, nascondono un passato millenario e stratificato, un vero e proprio “libro di pietra” che racconta l’evoluzione della città. Attraverso i suoi strati sotterranei, il cosiddetto succorpo, è possibile intraprendere un affascinante viaggio a ritroso nel tempo, scoprendo le vestigia di antichi edifici e le storie di popoli che hanno plasmato l’identità di Bari. Dalle fondazioni romane alle vicende della Bari bizantina e normanna, ogni pietra della Cattedrale custodisce un frammento di storia, offrendo una testimonianza unica del profondo legame tra la fede, l’arte e la vita della comunità barese.

Il suo sottosuolo, un vero e proprio scrigno archeologico, racconta una storia millenaria che si snoda attraverso i secoli, dai fasti dell’antica Roma fino alla rinascita medievale. Questo itinerario nel tempo, rivelato da indagini e restauri, svela le molteplici vite di un luogo sacro che ha visto alternarsi civiltà, culti e architetture, mantenendo intatto il suo ruolo di fulcro della vita cittadina. La storia affascinante e tumultuosa di questo edificio, oggi accessibile attraverso il succorpo, merita di essere narrata in ogni suo dettaglio, come un avvincente articolo di giornale che ripercorre le tappe cruciali della sua evoluzione.

Pavimento a mosaico del I secolo D.C.
Pavimento a mosaico del I secolo D.C.

La storia della Cattedrale di Bari non inizia nel Medioevo, ma molto prima, nelle pieghe del passato romano. Le indagini archeologiche hanno portato alla luce i resti di un imponente edificio del I-IV secolo d.C., una struttura costruita con grandi blocchi di calcarenite che occupava l’intera area dell’attuale cattedrale. In uno dei suoi ambienti, gli archeologi hanno ritrovato un magnifico pavimento a mosaico risalente alla prima metà del I secolo d.C., un tappeto di tessere in calcare, ciottoli e terracotta che disegnano cerchi allacciati e rosette a sei petali. Questo tesoro, un tempo sommerso dall’acqua di falda, è stato recuperato, restaurato e ricollocato su un supporto impermeabile per garantirne la conservazione.

La vita sociale e politica della Bari antica emerge anche da un’epigrafe latina, incisa su una lastra di marmo e databile alla seconda metà del II secolo d.C., che narra la storia di Lucio Gellio Primigenio, un ricco liberto onorato del riconoscimento di bisellium dall’ordine dei decurioni per i suoi benefici alla città. L’iscrizione, che menziona il suo contributo per l’annona frumentaria, certifica l’esistenza di istituzioni cittadine e di un edificio per spettacoli in epoca imperiale, fornendo un quadro vivido della vita economica e politica dell’epoca.

Sulle rovine di questa imponente struttura romana, a partire dal V secolo, sorse la prima grande basilica di Bari. La cattedrale paleocristiana rimase in uso fino al primo XI secolo, senza subire sostanziali modifiche. Un documento del 1028 la menziona come “S. Maria que est episcopio”, testimoniandone la funzione di sede episcopale. Il suo ricordo più suggestivo si trova nel cosiddetto “mosaico di Timoteo“, un esteso frammento pavimentale policromo conservato nel succorpo, la cui iscrizione racconta la storia del suo committente, un certo Timoteo, che lo fece realizzare durante il vescovato di Andrea per sciogliere un voto.

Il destino di questa prima cattedrale cambiò nel 1034, quando l’arcivescovo Bisanzio decise di abbatterla per far posto a una nuova e più maestosa basilica. Le rovine dell’antico edificio furono inglobate sotto il pavimento della nuova chiesa, poggiato su una struttura chiamata confessio. L’ambizioso progetto, avviato dall’arcivescovo Bisanzio e proseguito dal suo successore Nicola, fu completato nel 1064. Protagonista di questa fase fu il protomagister Acceptus, uno dei più grandi scultori e architetti pugliesi. Il periodo fu segnato da eventi di portata storica, come l’elevazione della sede barese ad arcivescovile nel 1071 e L’arcivescovo Bisanzio fu il primo a coprire questo ruolo. Otto anni dopo, i Normanni conquistarono Bari, e la sede rimase vacante fino all’arrivo dell’arcivescovo Ursone: fu proprio lui, in procinto di partire per un pellegrinaggio in Terra Santa, a venire a conoscenza dell’arrivo a Bari delle reliquie di San Nicola. Ursone si prodigò affinché le reliquie fossero custodite e per la costruzione di una nuova basilica in onore del Santo. Il suo successore Elia continuò la sua opera e si deve a lui il ritrovamento delle reliquie del vescovo di Canosa, San Sabino, sotto l’altare della confessio. La vita della cattedrale, come quella della città, fu segnato da tumulti e conflitti, culminati con l’assassinio dell’arcivescovo Riso nel 1112. Un periodo di crisi che si concluse solo nel 1151 con l’elezione dell’arcivescovo Giovanni V.

La storia della prima cattedrale medievale si concluse in maniera drammatica nel 1156, quando Guglielmo I, re di Sicilia, punì la città ribelle saccheggiandola e devastando la cattedrale. Il nuovo arcivescovo Rainaldo nel 1170 avviò una nuova ricostruzione, con l’obiettivo di dare alla città una cattedrale degna della vicina Basilica di San Nicola, che stava sorgendo. Il nuovo edificio riutilizzò le fondamenta e le colonne dell’antica struttura, ma aggiunse un transetto con una cripta a sala, dove furono traslate le reliquie di San Sabino. La navata longitudinale fu rinforzata con solidi muri di catena che inglobarono l’antica confessio e il “mosaico di Timoteo”, unendo idealmente il passato al presente.

L'icona della Madonna di Odegitria
L’icona della Madonna di Odegitria

Nel percorso sotterraneo della Cattedrale, la cripta custodisce un altro inestimabile tesoro: la sacra icona della Madonna di Odegitria. Questo dipinto su tavola, datato tra il V e il VI secolo, è uno degli esempi più antichi di arte bizantina a Bari. Il nome “Odegitria”, che in greco significa “Colei che indica la Via“, si riferisce alla Vergine che mostra il Bambino Gesù come unica via per la salvezza, e l’icona è venerata come protettrice della città, testimoniando un profondo legame con l’Oriente bizantino.

Per secoli, la memoria di questi strati sotterranei andò perduta. Il succorpo, un tempo cuore pulsante della vita religiosa, divenne un luogo di sepoltura. Le prime indagini alla fine dell’Ottocento portarono l’ing. Pietro Fantasia a realizzare la prima pianta del sottosuolo. Ma fu solo tra il 1966 e il 1975 che i lavori di restauro permisero il completo svuotamento degli ambienti e la scoperta dei loro segreti. Un’ulteriore campagna di restauro, tra il 2007 e il 2008, ha permesso di consolidare i reperti e di creare un percorso museale, rendendo finalmente accessibile al pubblico un’intera sezione della storia della città.

Oggi, passeggiando in questo labirinto di mura antiche, ci si può immergere in un passato che continua a vivere e a raccontare la storia affascinante e ininterrotta della Cattedrale di Bari.

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