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Il silenzio non è neutrale: Giornalismo tra verità e pericolo

di Pietro Fabris

La mattanza dei giornalisti e dei fotoreporter è un crimine contro la luce. Cieli sempre più neri si addensano attorno al pianeta Terra, perché il potere di pochi – e la loro violenza psicologica – uccide chi chiede giustizia e verità, chi non tace di fronte al sopruso.

Ci sono individui che si sentono eletti, appartenenti a caste nobili o a popoli di “geni”, e altri che odiano e discriminano per motivi sociali, culturali, religiosi. Non si interrogano, non si mettono in discussione, perché considerano gli altri inferiori.

Poi ci sono i vili che tacciono, e quelli che si sfregano le mani pensando ai profitti che realizzeranno nella ricostruzione.

Ma esistono anche coloro che sentono forte il dovere di gridare, di cercare vie di comunicazione, di trovare approdi, orecchie disposte ad ascoltare e coraggio in chi non vuole rendersi complice dell’orrore. Un orrore che è genocidio, davanti al quale ci sentiamo spesso impotenti.

L’impotenza, però, è una campana stonata, non una giustificazione. È un dolore sordo che attanaglia gli uomini e le donne di buona volontà.

Sembra che l’umanità stia vivendo i suoi ultimi spasimi, e che al suo posto si faccia largo un nuovo modello: un gigante che calpesta ogni valore senza scrupoli. Un gigante di fango, che nulla ha a che fare con il Golem della tradizione, modellato per difendere – non per distruggere.

I giornalisti intellettualmente onesti, gli artisti autentici, sono i veri testimoni del nostro tempo. Interpreti di una realtà che non riesce più a riconoscere nell’altro un proprio simile, ma solo un’occasione da sopraffare.

Non bisogna avere paura di apparire retorici: tenere desta la coscienza con la propria penna è un atto di resistenza. È lavorare per la pace.

26 agosto 2025

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