I Duran Duran infiammano Bari: il ritorno dei Wild Boys dopo 38 anni concerto Eventi Musica Spettacolo 21 Giugno 202521 Giugno 2025 di Maria Silvia Quaranta Locandina del concerto Certe attese durano una vita, o quasi. Dopo 38 anni, i Duran Duran – Simon Le Bon, John Taylor, Nick Rhodes e Roger Taylor – sono tornati a Bari per saldare un conto rimasto aperto dai ruggenti anni ’80. La sera del 18 giugno, l’Arena della Fiera del Levante è diventata il palcoscenico di un rito collettivo, un rendez-vous generazionale che ha riacceso le luci su una delle band simbolo del pop britannico. Più di settemila spettatori hanno accolto con entusiasmo Simon Le Bon e compagni, pronti a immergersi in un viaggio che sapeva di memoria, energia e riscatto. Simon Le Bon leader dei Duran Duran Nel 1987, in occasione dello “Strange Behaviour Tour”, i Duran Duran si esibirono per la prima volta nel capoluogo pugliese. Un evento bizzarro: pioveva e a causa del prato impraticabile dello stadio, il pubblico venne confinato lontano dal palco, sugli spalti, in una sorta di concerto a distanza. Un’esperienza tanto surreale quanto indelebile, ricordata con affetto e ironia anche l’altra sera dallo stesso Simon Le Bon. Questa volta, invece, Bari ha abbracciato i Duran Duran senza filtri: il contatto è stato pieno, diretto, vibrante. Il concerto si è inserito in una delle quattro tappe italiane del tour 2025, che ha preso il via con una doppietta epica al Circo Massimo di Roma, per poi toccare, dopo Bari, l’Ippodromo di Milano e concludersi il 12 luglio al Forte Village Arena in Sardegna. Un tour che celebra più di quarant’anni di carriera, 150 milioni di dischi venduti e un’eredità artistica che continua a parlare a pubblici di ogni età. Eppure, a differenza di molti spettacoli moderni dominati da effetti speciali e coreografie spettacolari, i Duran Duran hanno scelto un’altra via. Al centro, la musica. Visual eleganti, certo, ma niente fuochi d’artificio o artifici scenici. Sul palco, la band ha portato anima e sostanza. Simon Le Bon, 66 anni e un raffreddore che avrebbe abbattuto chiunque, ha resistito con voce salda per quasi due ore, dimostrando uno stato di forma sorprendente. Persino una dimenticanza su “Come Undone”, risolta con prontezza da Nick Rhodes, ha aggiunto autenticità a uno show che non ha mai ceduto al playback. La scaletta ha fatto il resto. Un equilibrio perfetto tra groove e sentimento: si è partiti con “Night Boat”, “Wild Boys” e “Hungry Like The Wolf”, brani che hanno immediatamente infiammato l’atmosfera, per poi spaziare in territori più funky e scatenati con “Notorious”, “Super Lonely Freak” e la cover ipnotica di “Evil Woman”. Tra i picchi emotivi, “Friends of Mine” e “Careless Memories”, che hanno riportato a galla l’identità punk-funk delle origini – quell’incontro visionario tra l’eleganza di Nile Rodgers e la rabbia dei Sex Pistols, che definì l’estetica New Romantic. Ma il cuore si è fermato per un istante con “Ordinary World”. Un momento di pausa, di riflessione, con Le Bon che ha dedicato il brano “alla gente di Gaza, alle persone di Israele che protestano per la pace e alla popolazione ucraina che vuole solo vivere una vita normale nel proprio Paese”. Un gesto che ha sorpreso e toccato, in una serata dominata dall’energia, ma aperta anche alla speranza. Il finale è stato un crescendo di pura gioia collettiva. “Planet Earth” e “(Reach Up for The) Sunrise” hanno scatenato l’arena, mentre “Girls on Film”, sapientemente fusa con “Psycho Killer” dei Talking Heads, ha visto John Taylor dominare con un basso pulsante e magnetico. Come gran finale, “Save a Prayer” ha trasformato la Fiera del Levante in un mare di stelle, con migliaia di cellulari alzati a creare una Via Lattea che sembrava voler toccare il cielo. Poi è arrivata “Rio” – e a quel punto il debito con Bari era ampiamente saldato. Dunque, tra il pubblico, il tempo si è fermato. C’erano fan (e tra questi anche la sottoscritta) che nel 1987 erano già lì, con i capelli cotonati e le giacche pastello con spalline improponibili. Ma accanto a loro, tanti ragazzi e ragazze che oggi scoprono i Duran Duran su vinile o Spotify. Un ponte generazionale che racconta la vera forza della musica: quella di unire, attraversare il tempo e superare i confini. In fondo, i Duran Duran sono sempre stati questo: un paradosso vivente. Accusati negli anni ’80 di essere solo immagine, oggi dimostrano con naturalezza di essere sostanza pura. Certo, meno capelli e più rughe, ma anche giacche scintillanti, sorrisi sinceri e una band che, malgrado le decadi, suona ancora compatta, viva, vera. Nessun rimpianto, solo voglia di esserci. La serata del 18 giugno non è stata solo un concerto. È stata una riconciliazione, una festa per chi c’era e per chi non poteva mancare, un omaggio a ciò che è stato e a ciò che ancora può essere. A Bari, i Duran Duran non hanno semplicemente suonato: hanno chiuso un cerchio, con classe, emozione e tutta la potenza della loro musica. Un saluto, un grazie, e forse – chissà – un arrivederci.