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Il 19 maggio ricorre la Giornata del Ricordo del Genocidio Greco del Ponto

Giornata del ricordo del genocidio greco del Ponto
Maria Silvia Quaranta

di M. Siranush Quaranta

Il 19 maggio si ricorda una delle tragedie più ignorate del XX secolo: il genocidio dei Greci del Ponto, perpetrato tra il 1914 e il 1923 nell’Impero Ottomano. Durante quel periodo, centinaia di migliaia di greci – in prevalenza della regione del Ponto, situata lungo la costa meridionale del Mar Nero – furono uccisi, deportati, ridotti in schiavitù o costretti alla fuga. La giornata è dedicata alla memoria delle vittime e al riconoscimento di una delle pagine più oscure della storia europea.

Memoriale per il genocidio dei greci pontici @alamy.it
Memoriale per il genocidio dei greci pontici @alamy.it

La regione del Ponto, nell’attuale Turchia nord-orientale, era abitata sin dall’antichità da popolazioni greche. La presenza ellenica risale all’VIII secolo a.C., con la fondazione di colonie come Sinope, Trapezunte (oggi Trabzon) e altre città costiere. I Greci del Ponto conservarono per secoli lingua, religione (cristianesimo ortodosso), cultura e tradizioni, anche sotto il dominio persiano, romano, bizantino e infine ottomano.
Con l’espansione dell’Impero Ottomano e la conquista di Costantinopoli nel 1453, molte popolazioni cristiane, inclusi i Greci del Ponto, furono inglobate nel sistema milletico ottomano, che garantiva una limitata autonomia religiosa in cambio di lealtà politica e pagamento di tasse specifiche.

La situazione si deteriorò rapidamente nel XIX e XX secolo, soprattutto con la diffusione del nazionalismo turco e l’idea di una “Turchia per i Turchi”, che sfociò in politiche di pulizia etnica.
Le radici del genocidio sono complesse e affondano in fattori etnici, religiosi e politici: inizialmente si determina il declino dell’Impero Ottomano che, con la perdita di territori nei Balcani, nel Caucaso e in Nord Africa, vide con crescente sospetto le minoranze cristiane (armeni, assiri, greci), ritenute potenziali “quinte colonne”; il Nazionalismo turco promosso dai Giovani Turchi, dove il nuovo potere politico cercava di omogeneizzare l’Impero in una nazione turca e musulmana, eliminando le minoranze non assimilabili; infine le due guerre balcaniche (1912-1913), la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) e la guerra greco-turca (1919-1922)  che offrirono il contesto ideale per realizzare sistematiche campagne di eliminazione.

La cronologia del genocidio parte dal 1914-1918, con la Prima Guerra Mondiale e le deportazioni. Infatti, con l’ingresso dell’Impero Ottomano nel conflitto al fianco degli Imperi Centrali, iniziarono le prime campagne contro i Greci del Ponto: le popolazioni greche furono accusate di collaborare con l’Impero Russo; in migliaia furono arruolati a forza nei battaglioni di lavoro (Amele Taburları), dove morirono per fame, freddo, malattie e abusi. Subito dopo iniziò la politica delle marce forzate, simile a quella attuata contro gli Armeni: interi villaggi vennero deportati verso l’interno dell’Anatolia o in zone desertiche, senza mezzi di sussistenza.

Le marce forzate nel deserto @eurocomunicazione.com
Le marce forzate nel deserto @eurocomunicazione.com

Il 19 maggio 1919 comincia la parabola finale: il generale turco Mustafa Kemal Atatürk sbarca a Samsun, sulla costa pontica, per avviare la lotta contro le forze greche presenti in Anatolia. Questo evento segna l’inizio della fase più violenta del genocidio. Le truppe kemaliste e le bande irregolari (çete) compirono massacri sistematici, saccheggi e incendi di villaggi greci; il clero ortodosso fu preso di mira e molti vescovi e sacerdoti vennero torturati e uccisi; le donne furono sottoposte a stupri di massa e ridotte in schiavitù.

Tra il 1922-1923 si produce la catastrofe dell’Asia Minore quando con la sconfitta dell’esercito greco e la riconquista turca di Smirne (e il suo devastante incendio che distrusse i distretti greci e armeni), si compì la tragedia delle minoranze cristiane dell’Anatolia: i superstiti greci del Ponto, insieme a quelli dell’Ionia e della Cappadocia, furono costretti a fuggire in Grecia.

Incendio di Smirne del 1922
Incendio di Smirne del 1922

Il Trattato di Losanna del 1923 sancì lo scambio forzato di popolazioni tra Grecia e Turchia: oltre 1,2 milioni di greci ortodossi dovettero abbandonare le loro terre ancestrali.
Le stime sul numero delle vittime variano: secondo fonti greche, circa 353.000 Greci del Ponto furono uccisi tra il 1914 e il 1923, i sopravvissuti furono costretti all’esilio o alla conversione forzata all’Islam.

Il genocidio greco si inserisce in un contesto più ampio di eliminazione delle minoranze cristiane nell’Impero Ottomano, che comprende anche il genocidio degli Armeni (1,5 milioni di morti) e degli Assiri (fino a 300.000 morti).

La Repubblica di Turchia, fondata da Mustafa Kemal, non ha mai riconosciuto ufficialmente il genocidio dei Greci del Ponto. Al contrario, la storiografia ufficiale turca parla di una “guerra civile” o di “trasferimenti forzati dovuti al conflitto”. Come per il genocidio armeno il negazionismo si accompagna alla manipolazione dei libri di testo e dei media, alla rimozione di monumenti, chiese e toponimi greci, alla persecuzione di chi in Turchia osa parlare apertamente di genocidio (giornalisti, storici, attivisti).

Commemorazione del genocidio presso piazza Syntagma ad Atene
Commemorazione del genocidio presso piazza Syntagma ad Atene

Il genocidio dei greci del Ponto è riconosciuto ufficialmente a livello internazionale dalla Grecia con una legge del Parlamento greco nel 1994, che ha istituito il 19 maggio come Giornata del Ricordo del Genocidio dei Greci del Ponto. Ogni anno si svolgono cerimonie commemorative ad Atene, Salonicco e in molte città greche, dove vivono discendenti dei rifugiati del Ponto.

Ad oggi, il genocidio non ha ottenuto il riconoscimento universale, ma numerosi parlamenti e autorità locali lo hanno riconosciuto: nel 2015 l’Armenia ha riconosciuto formalmente il genocidio dei Greci del Ponto, insieme a quello degli Assiri, nel contesto delle violenze ottomane contro le minoranze cristiane; i Parlamenti di Cipro, di Svezia, dei Paesi Bassi, del Canada, della Georgia; in Austria diversi parlamentari hanno proposto il riconoscimento, con successi parziali a livello locale; in Germania diversi Länder (come Berlino e Nord Reno-Westfalia) hanno adottato risoluzioni di riconoscimento (la Germania è un caso importante per via della sua alleanza con l’Impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale); gli Stati Uniti dove alcuni Stati federali, come New York, New Jersey, South Carolina e Pennsylvania, hanno approvato risoluzioni che riconoscono il genocidio greco; in Australia i Parlamenti degli Stati di Nuovo Galles del Sud e Sud Australia hanno riconosciuto il genocidio.

Il genocidio dei Greci del Ponto non è solo un capitolo dimenticato della storia del XX secolo, ma un crimine contro l’umanità che richiede giustizia e riconoscimento. La commemorazione del 19 maggio rappresenta sia un dovere verso le vittime, ma anche un impegno contro l’oblio e il negazionismo.

Affinché tragedie simili non si ripetano, è essenziale che la comunità internazionale affronti il proprio passato con onestà, riconoscendo la verità dei fatti e promuovendo la memoria come strumento di pace e riconciliazione.

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