Tolleranza o dialogo: sono due facce della stessa medaglia? Cultura 21 Aprile 202321 Aprile 2023 di Anna Materi Mercoledì 19 aprile presso la Basilica Parrocchia Santa Fara il CIPO- Centro Interculturale Ponte ad Oriente – ha incontrato padre Adrien Candiard op, membro dell’Istituto Domenicano di Studi Orientale con sede al Cairo in Egitto. Motivo dell’incontro è la presentazione del libro “Tolleranza? Meglio il dialogo”, Libreria Editrice Vaticana. Dopo i saluti del Rettore della Basilica Santa Fara padre Domenico Donatelli e del professor Dammacco del MEIC Bari -Movimento ecclesiale di impegno culturale che auspica una collaborazione con il Cipo sui temi della vita cittadina in merito all’inclusione e al dialogo, la professoressa Roberta Santoro del Dipartimento di Scienze Politiche-Uniba ha sottolineato l’importanza del dialogo come strumento di rilevanza sociale e giuridica per affrontare con obiettività un serio percorso di pace. La professoressa Mariagraziella Belloli, presidente del Cipo, ha presentato le finalità del Centro, costituitosi di recente, che desidera essere davvero “un ponte di connessione e transito a doppia corsia verso l’Oriente, affinchè il dialogo, a vocazione certamente ecumenica, con il mondo ortodosso non risulti essere sterile ed astratto, ma colmo di volontà di incontro e reciproca accoglienza”. Il professor Colacicco, del Liceo Scientifico “Galileo Galilei” di Bitonto, ha posto quindi a padre Candiard la prima domanda. Qual è la convenienza umana di andare oltre la tolleranza? “I musulmani sono “gli altri” per eccellenza”, risponde il padre “abbiamo da secoli rapporti complicati e ne siamo perfettamente consapevoli. Le guerre di religione hanno segnato i rapporti sino a deteriorarli. Dopo poco che ero giunto al Cairo, ho realizzato che è importante, in un dialogo, parlare della propria religione in modo veritiero, non falsamente opportunista. Il cristiano deve parlare, ad esempio di incarnazione, senza remore o paure, diversamente il musulmano non saprà mai chi è un cristiano e in cosa crede. Il dialogo interreligioso siffatto ci spinge ad andare oltre la tolleranza. E’ anche vero che non sempre ciò accade, ma “il rischio” è prendere l’altro sul serio. Pensiamo alle guerre di religione: per essere tolleranti si è deciso di non parlarne più, ma così non va bene. La sfida della vita comune non è quella di dire “non parliamo più”, ma di accettare che siamo diversi e accettarsi in quanto tali. Deve cambiare il punto di vista, dobbiamo parlare proprio perché non andiamo d’accordo, perché siamo diversi: nella non aggressività se riconosco a me stesso il diritto di avere ragione, questo stesso diritto devo riconoscerlo anche al musulmano. Invece cerchiamo di “ridurre” gli altri a noi stessi perché ci sembra giusto e accettabile, ma il vero rispetto è dire al mio interlocutore “dimmi tu in cosa credi e parliamone”. Il dramma di noi cristiani è che vogliamo “cristianizzare” gli altri senza però avere come punto di riferimento Cristo, e così non va bene”. Guardare l’altro quindi non come nemico, ma come possibilità. La diversità non è una obiezione alla propria identità? “Riconoscere l’altro come diverso da me, non significa dire subito “siamo amici”. Non è possibile, non può accadere. Dobbiamo accettarci come esseri umani innanzitutto e se cerchiamo entrambi la Verità, anche lo scontro ci può stare. Pensiamo al mar Mediterraneo, da sempre luogo di scontro, ma allo stesso tempo luogo di incontro. Il filosofo e missionario catalano vissuto nel ‘300 Raimondo Lullo ci aiuta a capire che per cercare la verità abbiamo un solo strumento, la discussione. Vien da sé che il vero dialogo interessante è quello fra due esseri umani che condividono i loro dubbi, i loro interessi, sicuramente contrapposti alle reciproche religioni che invece di per sé “non parlano”. Cioè ci si parla fra esseri umani, non fra religioni che contengono, ognuna per sé, la verità. La diversità fra un cristiano e un musulmano diventa quindi opportunità di crescita, non un’obiezione alla propria identità. In che modo il singolo uomo può dare il suo contributo di fronte alle sfide che sono già apocalittiche? “Partiamo dal presupposto che una persona mi rispetta se prende sul serio ciò che dico anche se non è d’accordo con me. Scegliamo di essere amici, ma non scegliamo di essere fratelli e sappiamo che tra fratelli si litiga sempre, non è certamente un’idea romantica. Dobbiamo allora scegliere di condividere questa fratellanza e la dobbiamo imparare, bisogna cioè imparare ad essere fratelli. Cos’è la missione? È sapere che lo Spirito Santo parla a tutti e noi dobbiamo cercare di servire questo dialogo, fra Dio e gli uomini, che lo Spirito Santo ci offre. Le sfide non diventano apocalittiche se accettiamo il ruolo dello Spirito Santo fra Dio e noi”. La serata volge al termine, l’accademico francese padre Candiard ha posto alla platea silenziosa infiniti motivi di riflessione, una su tutti: noi non abbiamo diritto di avere ragione, se lo stesso diritto non lo riconosciamo ai nostri interlocutori. Il tempo delle Crociate e delle guerre di religione è finito, ma non termina, anzi forse inizia adesso, il desiderio e la volontà di non imporsi, ma di proporsi. Il dialogo come massima espressione della tolleranza: solo così possiamo diventare nuovi costruttori di pace.