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Giancarlo Visitilli:”E’ bravo ma potrebbe fare di più” di Francesco Guida

di Francesco Guida

Giancarlo Visitilli è scrittore, giornalista, critico cinematografico, docente in un liceo.
E’ Presidente e fondatore della Cooperativa sociale  “I bambini di Truffaut”

Dopo E la felicità, Prof? (Einaudi) e La pelle in cui abito (Laterza), ha pubblicato con Progedit

Giancarlo Visitilli

E’ bravo ma potrebbe fare di più Ha le capacità ma non le sfrutta che registra già un grande successo. Ne parliamo con l’autore.

 Hai pubblicato finora romanzi, uno dei quali, E la felicità, Prof?, è nato  proprio a partire dalla tua esperienza di docente. Come mai questa volta un saggio?

In realtà, nessuno dei miei libri pubblicati é un romanzo. Il mio primo romanzo é di prossima pubblicazione, a settembre, e si intitolerà Una storia sbagliata. Il primo libro, E la felicità, prof? (Einaudi), come mi disse Asor Rosa é una “forma ibrida”, fra il romanzo, il diario, la cronaca. E’ narrativa. Anche il mio secondo libro, La pelle in cui abito (Laterza) é narrativa. Ho scelto di confrontarmi con il saggio (E’ bravo ma potrebbe fare di più Ha le capacità ma non le sfrutta (Progedit)) semplicemente perché volevo mettere insieme una serie di studi, pensieri, considerazioni che, ogni volta, mi ritrovo a mettere in ordine, in occasione di corsi di formazione per insegnanti, formatori ed educatori. Nel saggio c’é gran parte di quello che penso e vivo nel mio lavoro di insegnante, di educatore, ma anche di scrittore e giornalista. Perché educarsi a educare ha la stessa valenza di imparare a imparare, modo dell’amore, che però resta diverso: l’amore non si fa mai imparare…

Il tuo libro è abbastanza critico nei confronti dei docenti, come hanno accolto il tuo lavoro? Che riscontri hai avuto da loro durante le numerose presentazioni?

E’ critico nei confronti di chiunque fa il “mestiere” dell’educatore: dai genitori agli insegnanti, passando per gli assistenti sociali, gli psicologi e chiunque adora essere una persona che si confronta per aiutare altri a farlo. Non so, non potrei, né ho l’ardore di insegnare agli altri come si fa l’educatore o come si é bravi educatori. Nel libro passo in rassegna ciò di cui osservo continuamente: operato, storie, confronti e cerco di mettermi in gioco rispetto a tutto ciò. Mai e poi mai mi sarei aspettato tanto interesse anche per un libro come questo: sono alle prese con centinaia di presentazioni in tutta Italia e non solo, a giorni sarò in Svizzera e in Francia, con lo stesso libro. Il che mi fa pensare che c’é tanto desiderio, voglia, esigenza di parlare di quello che abbiamo dismesso di dirci: stare insieme é il primo modo per imparare a imparare


 Riferendoti a quanto scrive Massimo Recalcati nel suo libro L’ora di lezione, tu dici che non basta  solo il carisma per essere educatori, ma parli dell’ ”Insegnante emotivo”. Come puoi spiegarcelo?

è bravo ma potrebbe fare di più

L’insegnante emotivo é quello che non smette mai di essere alunno. Con le sue criticità, curiosità, paranoie. Non credo che per fare l’esperienza di lavoro degli insegnanti basti solo lo studio degli anni universitari. Serve anche leggere almeno un paio di libri al mese, andare al cinema almeno una volta a settimana, andare a teatro, andare ai concerti. Innanzitutto, se si vuole appassionare, impressionare, emozionare gli altri, é necessario emozionarsi prima da sé. L’insegnante é colui che attraverso la sua disciplina deve smuovere, in-segnare: segnare qualcosa dentro la carne, il sangue e le ossa degli altri. Mi piace pensare alla scuola che fa rizzare i peli, al modo di quando noi siamo con la nostra donna o il nostro uomo e il sangue, scorrendo di più nelle vene, ci fa venire quella che in dialetto chiamiamo la “rizzicatina”

Nel tuo libro riporti un bellissimo proverbio africano  “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”. Che cosa è e come dovrebbe funzionare una comunità educante e perché per educare non basta la scuola? La scuola non basta. E’ importante il fruttivendolo, la parola del macellaio, l’esperienza dell’uomo e della donna di strada. La voce del prete. Il silenzio degli ultimi. Tutto ciò fa la scuola. Intesa come la comunità educante. Per dirla con le parole di un papa: la fontana del villaggio dove tutti si vanno ad abbeverare. Dobbiamo dismettere di pensare che il ruolo della scuola sia superiore a quello di qualsiasi altra agenzia educativa: dalla piazza, alla strada, passando per i centri sociali. Tutto serve per imparare. Purché imparando, impariamo a fare di ciò che impariamo le emozioni. Mettendole in circolo. Così si diventa scuola. In fondo, se ci pensi, ciascuno di noi é una scuola. Tutta da imparare, correggere, bocciare. Per farla sbocciare. Sempre.

21 gennaio 2022

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