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Un’Altra Storia al Piccolo Teatro di Bari: commedia “drammatica” ispirata a “Spettri” di Ibsen

di Romolo Ricapito

In scena al Piccolo Teatro di Bari il 14 aprile, con replica pomeridiana il giorno dopo, lo spettacolo Un’Altra Storia, scritto e diretto da Nico Sciacqua e liberamente tratto dal dramma Spettri di Henrik Ibsen.

Introdotti dalla canzone La Favola Antica di Vasco Rossi, due personaggi, padre e figlia.
Lei, Elena, fa la domestica in casa della vedova Quintavalle che l’avrebbe sollevata dalla presenza di un padre bevitore.
Lui, Giovanni Attolico, macellaio, vedovo, che lamenta di essere stato allontanato dall’affetto dell’unica figlia, rivela l’intento di aprire una “braceria in mezzo al mare” e di dare un impiego da cameriera a Elena.
E’ questo un primo spaccato familiare di bilanci, rifiuti e progetti, forse impossibili.
La ragazza inoltre è impegnata a lavare umilmente in una tinozza i panni della padrona.
La pièce adotta un linguaggio schietto, aderente al quotidiano e privo di metafore mentre il personaggio di Giovanni il macellaio si esprime con cadenza e motti baresi, nel tentativo di generare una forma di empatia con gli spettatori, atta anche a rendere più fruibile la drammaticità del resto.
Padre Beppe e la signora Franca Quintavalle costituiscono il secondo quadretto : è un altro confronto, ma registra delle sovrastrutture tipiche del mondo borghese e degli ambienti ecclesiastici.
La vedova ha in mente di intitolare un’associazione al marito scomparso.
Dei due il prete sembra il più falso: tiene eccessivamente alle apparenze e indulge in pettegolezzi.
Franca  introduce poi l’unico figlio maschio, Francesco, un insofferente e disincantato artista vissuto a Berlino dove ha scoperto- e lo dice senza remore  a Padre Beppe-la corruzione omosessuale del clero.
Francesco appare un risultato dell’educazione sbagliata della sua famiglia e la sua giovinezza è tipica di quelle ribelli alle convenzioni.
Qui il confronto di opposte fazioni è più evidente rispetto all’inizio, mentre la Chiesa viene vista come  deviata moralmente  nei costumi.
Il tono del religioso assume una deriva predicatoria, che si avvale di nozioni bibliche  applicate a situazioni private, ma in maniera fredda e convenzionale.
Emergono poi le nequizie di natura sessuale dello scomparso Quintavalle e la doppia facciata della sua famiglia, vedova compresa.
Elena  e Francesco Quintavalle  vengono visti come spettri, ovvero sono depositari di un segreto: figli dello stesso padre, quello “ufficiale” del giovane.
Lo spettacolo si ammira soprattutto per la chiarezza dell’esposizione mentre la scena si movimenta con due ulteriori confronti  madre- e- figlio e prete- e-macellaio.
I quattro personaggi in scena vengono illuminati di volta in volta a due, mentre gli altri sono  oscurati e viceversa.
Tutto si basa quindi su segreti da confessare o da carpire, con il pericolo del tabù dell’incesto che rischia di avverarsi.
L’intreccio  assume a un certo punto un tono quasi apocalittico mentre ha la meglio l’intelligenza, pur nell’ignoranza linguistica, del popolo, rappresentata dal macellaio, pronto a  svelare gli imbrogli di quelli “in alto”.
Il regista usa qui toni ironici ma anche comici per i dialoghi di Giovanni Attolico,  che è appunto il macellaio.
Il personaggio di Elena, dunque un’altra del popolo, emerge al pari di quello del padre  : schietto fin quasi alla sgradevolezza, laddove tale sgradevolezza rappresenta la voglia di verità e il disobbligarsi da ogni artifizio impostole dalle bugie altrui.
I Quintavalle, madre e figlio, rappresentano invece psicologie complicate, da psicanalisi, laddove i retaggi ereditari sono più pregnanti .
I mali dell’anima diventano mali fisici e la prospettiva di una soluzione estrema (l’eutanasia) viene proposta al pubblico.
Gli interpreti in ordine alfabetico: Marika Battaglia, Francesco Di Cagno, Pietro Caramia, Maurizio Sarubbi, Nico Sciacqua.
15 aprile 2018

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