Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino: sembra l’opera-manifesto di un egocentrico

regia,Luca Guadagnino

 

di Romolo Ricapito

Chiamami col tuo nome, diretto da Luca Guadagnino e candidato a quattro premi Oscar (miglior film, migliore attore protagonista, migliore sceneggiatura non originale, migliore canzone) segna la definitiva consacrazione hollywoodiana di un regista italiano mai amato in patria. Anzi, vieppiù odiato.

Va detto che l’opera, ambientata nella campagna lombarda nel 1983, ha una trama stringata all’osso e di non facile comprensione.
Ossia non si capisce come la storia di una ricercata famiglia ebrea cosmopolita, con padre professore universitario di lettere e storia dell’arte , madre molto signorile e un figlio adolescente dall’aria efebica e che ha totalmente assorbito l’ambiente di appartenenza diventando da un lato un raffinato intellettuale e musicista, dall’altro un potenziale ribelle allo  status quo originario, possa durare ben due ore e dieci minuti.
Nella fattispecie non si comprende poi  come l’ebreo signor Perlman, il padre del diciassettenne, ospiti per un mese e mezzo, d’estate, generosamente e disinteressatamente un giovane americano sui 24 anni che deve perfezionare la sua tesi post dottorato. Sportivo, filologo, accattivante, Oliver (questo il nome dell’ospite) viene di fatto immediatamente concupito dall’efebo Elio, ragazzetto probabilmente annoiato dall’appartenenza a una categoria sociale elevata ma  che lo fa ben pesare, soprattutto al prossimo.
In casa si suona Bach, col nuovo arrivato si parla di Heidegger, in una scena tra le ultime i genitori sono seduti all’aperto con in braccio un enorme volume della Divina Commedia di Dante.
E’ troppo: da un ambiente talmente sofisticato da diventare venefico e  dove la segaligna e docile domestica Mafalda appare la più viva, scapperebbe chiunque, persino un Santo.
Sin dalla prima mezz’ora è chiaro che il film ha dei tempi lunghi e che non racconta nulla, se non le peregrinazioni in bicicletta nella campagna lombarda dei due protagonisti, o qualche festicciola all’aperto con i  pochi amici del posto.
E man mano che si va avanti la sensazione sempre più chiara  è quella  di trovarsi di fronte magari  a un’opera malriuscita di Bernardo Bertolucci.
Di fatto, l’ambientazione datata anni Ottanta che dovrebbe ricreare suggestioni vintage è triste, infelice e artificiosa perché non ce la fa a ridefinire atmosfere reali, ma puramente irreali nel loro essere pleonastiche e “appiccicate”.
La pesca miracolosa nelle acque di un fiume di statue greco- romane o altri artifici lessicali (si parla del termine albicocca, che secondo il padre di Elio deriverebbe dall’arabo, mentre Oliver, il giovane “professorino”, sostiene che è una  parola greca) lasciano trasparire la personalità del regista, che si ciba di elementi colti da trasferire a forza sul grande schermo come se stessimo assistendo a qualche vecchia trasmissione  Rai del Dipartimento Scuola Educazione.
Tali elementi però non assurgono a vera arte, o ad arte piena, per alcuni difetti tutti dimostrabili.
Ad esempio, quando nella prima parte il giovane Elio si masturba con la mano nei boxer, si vede una mosca che vola via dai mutandoni.
Nella seconda parte, assistiamo a una lunga e inspiegabile  scena durante la quale il giovane Elio dopo avere distrutto una pesca, spolpandola a mani nude, ci infila il pene da usare come vagina artificiale.
Questa sequenza, di una lunghezza assurda, vede il ragazzo che ascolta alla radio “E’ la vita”, canzone anni Ottanta di un artista nazional-popolare ormai dimenticato, cioè Marco Armani. Immediatamente, evidentemente schifato dal brano in questione, il giovane cambia stazione e ascoltiamo per intero la canzone Radio Varsavia, brano “colto” di Franco Battiato evidentemente nelle corde vere del regista.
Questo rifiuto del “popolare” per abbracciare il “colto” tout court  è evidentemente un vezzo di  Guadagnino  ma non si capisce perché poi il  bell’Oliver, “penetrato” nella camera da letto di quello che è ormai diventato il suo amante, voglia assaggiare la famosa pesca, consapevole che il frutto è ripieno di sperma.
Queste forzature (per fortuna minime in un contesto infinito!) non “rovinano” comunque il giudizio sulla pellicola  che ha delle qualità ma va detto, soprattutto nel primo tempo, o anche oltre, pare il delirio di un egocentrico.
Chapeau comunque al nostro Guadagnino per avere conquistato i giurati che gli hanno regalato ben quattro nomination: in fondo anche La Grande Bellezza non fu questo gran capolavoro (in Italia non piacque a nessuno) ma conquistò il pubblico statunitense.
Ma veniamo agli elogi: i due protagonisti sono davvero dei  bravissimi attori. Il personaggio maggiormente simpatico è però quello di  Oliver ( Armie Hammer) perché dietro la scorza dura rivela una grande sensibilità.
Il più giovane (ma di poco ) Elio, interpretato da Tiimothée Chalamet, ha la sfortuna di avere due genitori antipatici ma anche “mezzani” e paraninfi.
Va detto che Chalamet è un bravissimo interprete, con molti registri a suo vantaggio, perché appunto è espressivamente davvero versatile.
A 22 anni ha conquistato già una nomination: per essersi scopato una pesca è un primato incredibile.
Ma  in realtà è proprio grazie a Chalamet e Hammer che questo  film pretenzioso si salva dall’affondare nelle paludi di Crema e dintorni (dove è ambientato).
La sceneggiatura di James Ivory sembra in realtà opera di Luca Bianchini, o di Melissa P.
Tristissimo il finale col volto di Chalamet ripreso per molto tempo, in lacrime, mentre scorrono i titoli. Un’ altra cosa che valorizza il  dramma salvandolo dalla distruzione totale : il tema dell’omosessualità sul quale il film pare incentrato è trattato con tatto. Infatti le scene di approccio e di sesso sono pulite, soprattutto le iniziali e non c’è compiacimento estetizzante nel mostrare una relazione che non è diversa da un’altra, ad esempio eterosessuale.
Va detto che il tema dell’amore gay è ancora scottante se è vero che Guadagnino ha modificato la sceneggiatura di Ivory ripulendola da scelte più drastiche che sicuramente non sarebbero piaciute agli  americani, campioni di puritanesimo.
Un terzo bel personaggio è quello della fidanzatina di Elio (il ragazzo non si lascia proprio scappare nulla!) Marzia, interpretata da Esther Garrell.
   Verso l’inizio l’opera sembra avere di rimandi a Lolita di Stanley Kubrick laddove il “lolito” è Elio-Chalamet.
La canzone inedita “Mystery of Love” di Sufjan Stevens è splendida e può vincere l’Oscar.
Per il resto è improbabile sia la vittoria del film come migliore pellicola, sia quella di Timothée Chalamet . Forse la sceneggiatura non originale può nutrire  maggiori chances. Va ricordato che “Chiamami col tuo nome” è adattato sul romanzo omonimo di André Aciman edito in Italia da Guanda.
28 gennaio 2018

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