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PRIMO MAGGIO: FESTA DEI LAVORATORI E DEL…RESTAURO. VISITIAMO I LABORATORI INTERNI ALLA SOPRINTENDENZA, PRESSO L”EX CONVENTO DI SAN FRANCESCO DELLA SCARPA NEL BORGO ANTICO DI BARI di ROMOLO RICAPITO

di Romolo Ricapito

In occasione dell’apertura straordinaria dell’ex Convento di San Francesco della Scarpa nel cuore dell’antico quartiere San Nicola a Bari avvenuta il 1 maggio e voluta e promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali del Turismo nell’ambito di varie  iniziative sparse in   tutta Italia, è stato possibile visitare il Laboratorio di Restauro allocato all’interno dello stesso ex convento con visite guidate dai tecnici della Soprintendenza abilitati alla conservazione e al restauro delle opere che sono state  mostrate e   in fase definitiva di remise en forme, oppure soltanto a metà del  lungo percorso di ripristino, prima di essere nuovamente   consegnate ai luoghi di appartenenza che sono principalmente  Chiese , Conventi o  Musei .

Ecco allora una statua lignea policroma proveniente da Putignano dalla Chiesa di Santa Maria La Greca e raffigurante San Giovanni.
La denominazione precisa è San Giovannino: la statua si presenta ancora visibilmente tarlata in alcuni punti, a causa della conservazione in posto umido e senza protezione alcuna. Le fenditure, o vere e proprie crepe  della statua, visibili anche nelle fotografie oltre che dal vivo, documentano il degrado dell’opera d’arte che è stata già ridipinta in più strati. Il lavoro è preceduto da una relazione sullo stato di conservazione dell’oggetto, dalla conseguente documentazione fotografica, come già detto, mentre il progetto di restauro è comprensivo di una disinfestazione con speciali macchinari che eliminando ossigeno, immettono azoto puro. Tale procedura ammazza il tarlo, ma non è preventiva.
Perciò è necessario  un nuovo trattamento finalizzato all’eliminazione futura di eventuali   attacchi da parte di nuovi parassiti , mentre il legno viene consolidato con delle “flebo” che integrano quello che in alcune zone si era trasformato ormai in sughero friabile.
Una parte della statua è coperta da veline per proteggerne la pittura durante i restauri.
La pulitura prevede più sessioni: dopo avere testato alcuni solventi, si scrosta il primo strato di vernice e quindi  il secondo, riportando alla luce la vernice originaria.
Il consolidamento puntuale di tutte le scaglie del colore originale è stuccato, dunque integrato con  legno di balza nelle parti vecchie e molto usurate.
Completa il tutto una piccola stuccatura con polveri di legno e colla, o fatta con l’aggiunta di  gesso.
Ma qual è il pregio, o il limite, del restauro?
L’opera non rinasce ex novo ma si conserva nel tempo. In pratica si interviene dove è possibile farlo, ma non si inventa nulla.
Comunque è importante che i nuovi interventi siano visibili da un occhio esperto, quello del restauratore. Questo  anche per i posteri, o coloro che interverranno sull’opera stessa negli anni e nei secoli a venire .
La procedura richiede tempi tecnici, che possono essere lunghi: dipende da come la statua, o l’opera pittorica, risponde al trattamento e agli agenti chimici.
La fase di restauro vera e propria dura tre mesi circa.
L’artista spera sempre che la sua opera duri nel tempo: in questo modo essa supererà la mortalità dello  scultore, o del pittore, divenendo immortale.
Ma affinché i capolavori attraversino i secoli occorrono periodici restauri per evitare la distruzione o il disfacimento nel tempo di essi. Fa parte di un trittico un quadro di Sant’Antonio già restaurato negli Anni ’60 e ridipinto. Il celebre santo è ritratto con un libro sacro di colore rosso in mano, a sinistra, mentre la mano destra regge un lungo giglio, simbolo di purezza. Non tutti i dipinti e le opere sono accompagnati dal nome dell’autore, che può essere anche sconosciuto.
Proveniente da Lucera, più propriamente dal Museo Diocesano, è il quadro di San Martino e il povero, dipinto a olio su tela.
L’opera ha richiesto un minimo intervento conservativo e riproduce l’aneddoto più noto della vita del Santo, che è raffigurato con gambe solide e robuste che ne attestano la solidità morale, mentre dietro di lui un’ancella regge il suo cavallo. Il povero, in attesa del mantello in dono, è per terra, con un’espressione di grande sofferenza mentre osserva Martino che è personificato come un giovane biondo dalla fronte alta.
La procedura di restauro ha richiesto l’applicazione di fasce perimetrali di tela per permettere il “tensionamento” dell’opera su nuovo telaio.
Proveniente dalla Chiesa di San Francesco di Gallipoli , con poco da sistemare, un San Francesco enorme, stile Polifemo. Ai lati, in preghiera, probabilmente i committenti del quadro,  ritratti in piccolo e inginocchiati . Tre angeli sopra il capo del santo rappresentano l’obbedienza, la povertà e la carità, regole essenziali dell’ordine francescano.
Ancora, una bella statua proveniente da Lucera, sempre dal  Museo Diocesano e raffigurante la Madonna del Melograno, in lapideo policromato.
La vergine regge nella mano destra un frutto, appunto il melograno, nella sinistra un bambinello, piccolo Gesù privo di un braccio.
Il restauro conservativo, ultimato, verrà integrato da una ripresa estetica. Si nota che la Madonna è matronale, massiccia, diremmo molto materna. La testa che si  era staccata del bambinello è stata fissata con un perno in vetroresina, poi stuccato. La statua risale al 1300-1400.
Da rilevare come il manto blu della Vergine sul retro fu coperto e ridipinto da stelle gialle, una variante arbitraria e successiva che è stata eliminata anche perché artisticamente scadente.
Da Lizzanello, provincia di  Lecce, proviene un dipinto che fu rubato e poi ritrovato ,  allocato nella  Chiesa dell’Immacolata.
L’olio su tela raffigura il martirio di San Lorenzo. Il volto era completamente devastato  mentre il dipinto fu piegato e ripiegato dai ladri, dunque mostra la rovina conseguente con le ovvie piegature in rilievo. E’ in atto una prova di integrazione pittorica, col volto stuccato e integrato nelle parti mancanti. Ai piedi di San Lorenzo ecco due torturatori all’opera  dai volti truci e contadineschi, mentre quello del santo è raffigurato con l’estasi con la quale reagisce al martirio. Il suo volto è pieno, spirituale ed efebico.
Nell’ambito dei metalli, sono state mostrate delle armi. Sia pistole antiche, dunque  che armi da taglio di epoca ancora più remota . In base alla legge 110-1975 le armi   sequestrate prima della distruzione possono essere date ai musei se di interesse storico e artistico, previa distruzione anche delle munizioni.
Un’arma da fuoco è un modello belga databile tra il 1860-1980 ed è di transizione tra le vecchie pistole con uso di polvere da sparo a luminello e le nuove a percussione centrale. Dei coltelli da caccia seicenteschi hanno incisi sulla superficie leoni e grifo o decori per fare defluire il sangue delle bestie uccise e permettere l’estrazione dell’arma dalla carne viva. Il più massiccio mostra finanche una scena erotica e diremmo esoterica: un cacciatore è ritratto mentre si congiunge carnalmente con una strega.
Abbastanza grande è un busto in  argento con base porta- reliquia raffigurante San Sebastiano col torace invaso e devastato dalle frecce dei suoi persecutori. Il santo si regge su un ramo di legno ed è il patrono di Spinazzola.
L’opera, bellissima, è in fase di restauro. Il legno è stato già disinfestato e così la cassetta lignea dove la testa del santo e il torace poggiano. Ma la particolarità del tutto è che in basso , ben visibile, è inclusa nell’opera una reliquia di San Sebastiano, un pezzo d’osso certificato come autentico dal Vaticano.

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