Il Fuorilegge La lunga battaglia di un uomo solo

di Cinzia Santoro

Ieri sera a Che tempo che fa Roberto Saviano ci ha narrato una fiaba moderna dal retrogusto amaro.
Al posto del castello, un borgo della Locride, un gruppo di case arroccate su una collina  che si affacciano su un mare cristallino e destinate all’oblio perché in suoi figli avevano scelto di migrare dai primi del 900 ad oggi. Riace, che nel suo nome porta un destino, il vento, quello zefiro che nell’estate del 1998 fece naufragare un veliero carico di curdi che fuggivano dalle persecuzioni, dalla guerra e dalla morte. Non c’è un principe in questa favola ma un uomo del sud coriaceo e semplice: Mimmo Lucano, le cui vicende giudiziarie conosciamo e tralasciamo, per approfondire  invece i risvolti umani e morali che hanno spinto questo professore emigrato a Torino a tornare in Calabria e divenire un giusto fra gli uomini. La storia ci parla di uomini, di donne e bambini che non hanno più una casa e di quel borgo che ha case ammesse e abbandonate. Perché non allearsi ultimi con gli ultimi e rinascere proprio lì a Riace?
Il sogno si avvera e Mimmo rianima il paese, arrivano altri migranti, stavolta dall’Africa e poi dalla Siria e le botteghe artigiane riprendono vita. Dietro ogni finestra una luce, nei vicoli stretti e tortuosi le voci festose dei bimbi appena arrivati e gli sguardi amorevoli delle nonne riacesi. Riaprono finalmente le scuole e l’asilo. La collaborazione porta benessere e lavoro anche per i residenti che fino a quel momento mai avevano avuto un contratto e il rispetto che si deve ad ogni essere umano che chiede lavoro e dignità. Nascono le botteghe artigianali del legno, del vetro, della ceramica, della tessitura. Si fa ripartire il vecchio frantoio, la Taverna di Donna Rosa e la Bottega equo solidale. Arrivano i turisti. Si affida la raccolta dei rifiuti ad una cooperativa di migranti e riacesi, Mimmo Lucano fa bonificare costruire una masseria didattica dove prima c’era una discarica. Gli asinelli accompagnati dagli uomini trasportano i rifiuti. Il mondo si accorgerà ben presto del miracolo di integrazione di quel paesino della Calabria Jonica dove le n’drine locali in combutta con politici di ogni colore dettano legge, ma non a Riace e non con Mimmo. La fiaba si interrompe perché il drago cattivo, Minniti prima e Salvini poi sputano fuoco e livore, decidendo della sorte di centinaia di esseri umani e della morte di altrettanti. È stato emozionante ripercorrere la Storia, la nostra, di uomini e donne del sud. È stato emozionante ascoltare Mimmo Lucano, parole semplici e profonde al tempo stesso. Lui seduto tranquillo nel suo amato paese dove è  potuto tornare e da dove continua il suo sogno che ormai è il sogno degli uomini di buona volontà. Cari lettori in questo momento di crisi conoscere e approfondire l’umanità intrinseca di questa storia potrebbe aiutarci a comprendere l’amore per la vita e il rispetto per gli esseri tutti. Per Natale o fatevi un dono, acquistate e leggete immergendovi in ogni capitolo il libro ” IL FUORILEGGE” Edito da Feltrinelli e scritto da Lucano. Un racconto personale che spinge la comunità alla riflessione profonda sulla nostra democrazia e sui noi stessi. ” Io ero solo un cittadino, senza tessera di partito, la presenza dei curdi a Riace mi aveva  trasformato in un militante solidale” (Mimmo Lucano)

23 novembre 2020

One thought on “Il Fuorilegge La lunga battaglia di un uomo solo

  1. Mi si permetta di osservare che non bisogna diventare eroi per dimostrare il sentimento di solidarietà, generosità, umanità, che è tipico delle genti del Sud. Anche nel mio paesino, Martina Franca, quando arrivarono gli albanesi, anni ’90, le stradine del centro storico si riempirono delle voci dei bambini che giocavano a palla, gli iusi (i locali a pano terra) si riempirono di famiglie, di panni stesi ad asciugare stesi davanti all’uscio, di vasi di fiori innaffiati, di calce bianca per allattare le mura esterne e gi interni, il cui spessore materico, alla luce solare radente, creava vere autostrade di luce. Poi i maschi sono diventati maestri trullari, paretari, tubisti, lavoratori della “polvere bianca”. Le mogli erano quasi tutte badanti. Hanno ricoperto un ruolo economico e sociale. Adesso non li riconoscono più. Eppure Martina è piena di inglesi, Valleditria shire, francesi, ecc. Tutti si sono amalgamati , un una sorta di melting pot pugliese. Mio padre, invece, emigrante in Belgio e Svizzera, non venne accolto con tale solidarietà. Ci sono volute due generazioni, per amalgamarsi. Senza i rumeni e gi albanesi forse la nostra economia locale non avrebbe potuto superare alcune fasi critiche. Non occorre essere eroi, ma solo cittadini di buona volontà ed aperti all’altro. ciao a tutti

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