“Per “Luigi non odio né amore”. Un giallo di Gianni Antonio Palumbo di altri tempi che non vorremmo fossero i nostri

 

 

di Anna Materi

Gianni Antonio Palumbo

Quando fa freddo, ma non solo a dir la verità, è congeniale sistemarmi ben bene in poltrona e leggere.

Questa volta non mi capita a caso l’ultimo capolavoro di Gianni Antonio PalumboPer Luigi non odio né amore”, Edizioni Scatole Parlanti 2020. Leggo una recensione e mi affascina l’idea di leggere quanto prima il noir di un amico a me caro per essere anche il direttore artistico della “Notte bianca della Poesia”.

Dico subito che non vedo l’ora che ne facciano un film, presto e subito.

Perché? Perché, pagina dopo pagina, mi sono sentita avvolta nell’intrigo, dapprima un po’ recalcitrante perché non riuscivo a capire dove volesse andare a parare. Ma più non capivo e più continuavo a leggere, rapita dalle descrizioni, precise e puntuali come solo Vittorini in “Conversazione in Sicilia”, dalle allusioni, dai rimandi alla storia nostra purtroppo contemporanea del rapimento di Aldo Moro.

In quei tre mesi il mondo intero visse come in una bolla spaziotemporale, ogni telegiornale apriva con lo scoop più sensazionale e ogni sera si sperava che l’indomani avremmo ricevuto la notizia, quella lieta. Come sappiamo, la lieta notizia non arrivò mai e il titolo, citazione di Robespierre dal discorso per la condanna a morte di Luigi Capeto, ci ricorda quanto dovremmo in effetti indignarci più per i delitti che per gli autori, miserrimi uomini di poco conto.

 Vorrei raccontarvi la trama, ovviamente dovrei rivelarvi un brutto pasticciaccio accaduto in terra brindisina in preda ai fumi dell’alcol; naturalmente non lo farò, esclusivamente perché vorrei che anche voi, come me e più di me, foste catturati dalla lettura, come vortice in piena, dapprima lento e poi invece turbolento.

I protagonisti sono tanti, ogni tanto torni indietro perché semmai temi di averne perso uno tra le righe, ognuno necessario allo svolgimento della trama. Un pasticcio, ripeto, un brutto pasticcio accaduto perché all’istinto non si comanda quando si è succubi dell’alcol, un rimedio antico come nella notte dei tempi, una vita che scorre fra docenti non proprio e non sempre degni di tal nome, un nugolo di studenti fra i quali non sempre corre buon sangue. Poi l’arrivo di Mattia, la conoscenza con Eleonora, dopo ancora zia Laura e lo spettro di Emma, Molteni che sembra ciò che non è mai stato e alla fine si rivela per quello che realmente è.

Ripeto, impegnativo dalla prima pagina, sicuramente avvincente dalle seguenti a venire, tanto da indurmi nella lettura tutta d’un fiato. Dovevo capire, andare fino in fondo, mi ha preso per mano, mi conduce nell’entroterra brindisino e che faccio non lo leggo tutto d’un fiato?

E così, quando arrivo alla fine mi dico beh sì se ne fanno un film, mi piacerebbe partecipare alla sceneggiatura, per condividere le suggestioni di un lettore con la curiosità dello spettatore.

Gianni Antonio Palumbo mi ha preso nella rete e io mi son fatta catturare e questo mi basta per dirvi che leggerlo mi ha solo arricchito, donandomi i rimandi ad uno stile che ahimè pochi scrittori hanno ancora e che invece è stato dal Neorealismo in poi la cifra dei più grandi autori contemporanei. E Palumbo, da docente e soprattutto da italianista, tutto questo lo sa, con magistrale maestria ce lo trasmette e ci accompagna per mano nei meandri dell’intrigo. Chi non vorrebbe passeggiare con lui e farsi raccontare di un mondo letterario che fu e che non è più?

22 novembre 2020 

 

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