Dei delitti e delle pene. Il carcere al tempo della pandemia

di Cinzia Santoro

Irene Testa

Dal dieci novembre Rita Bernardini e Irene Testa, hanno iniziato lo sciopero della fame ad oltranza, per far emergere la grave situazione di emergenza causata dal contagio da corona virus nelle carceri italiane. All’azione non violenta delle attiviste radicali,  si sono accodati circa quattrocento tra personaggi noti come il sociologo Luigi Manconi, lo scrittore Sandro Veronesi, Roberto Saviano, Alessandro Bergonzoni, Valentina Calderone, direttrice di A Buon Diritto Onlus e numerosi militanti e dirigenti del Partito Radicale. La richiesta è mirata a sollecitare il Governo e il Parlamento ad intervenire efficacemente sulla riduzione della popolazione carceraria prima che il covid  colpisca ancora più durante i carcerati. Vediamo i dati : i detenuti nelle patrie galere sarebbero circa 54.800 a fronte di 47.000 posti disponibili; i contagiati sono circa 800, il contagio si è diffuso anche fra i detenuti al 41/bis e tra i bimbi al di sotto dei tre anni, che subiscono la carcerazione insieme alle loro mamme, e che ad oggi sarebbero circa una trentina.
La situazione carceraria italiana da sempre è incandescente, in primis per il sovraffollamento. Si parla di circa il 150%, sino ad arrivare a punte di 180% di sovraffollamento in alcune realtà carcerarie del Nord. In Italia non si è mai riusciti a prendere decisioni mirate all’umanizzazione della pena, sia per retaggi culturali che per motivi politici. Una riflessione nasce spontanea: i padri costituenti non avevano previsto la parola carcere.  L’articolo 27 della Costituzione italiana dice: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte. Allora la detenzione deve avere una valenza rieducativa e “riparatrice” deve portare alla consapevolezza del male compiuto e dei danni arrecati alla società.

Rita Bernardini

I padri costituenti avevano provato sulla propria pelle la carcerazione, loro per motivi politici, ma pur sempre privazione della libertà, degli spazi individuali, degli affetti più cari. Ma sono trascorsi settant’anni circa dalla redazione della nostra costituzione e quel dolore, quella privazione è andata a sbiadire. Oggi, la gente è sopraffatta dalla crisi dei valori, gli scandali del bel paese, Palamara e amici in testa, ci insegnano a diffidare dalla magistratura e dalla giustizia, i venti freddi del populismo fomentano la certezza della pena, facendo dimenticare il cuore della questione. Di sicuro, le condizioni di vita promiscue nelle mura fatiscenti delle nostre carceri non aiutano il detenuto nel percorso di riabilitazione. E con la pandemia tutto è esacerbato. Lo dimostra l’ escalation dei suicidi tra i carcerati e le indagini condotte per reati di tortura e violenza perpetrati da alcuni agenti di custodia, che ancora oggi vedono protagonisti in negativo intere squadre di agenti imputati in vari processi. Tra tutti ricordiamo il modus operandi del carcere di Torino. Non deve essere facile la convivenza in prigione né per i detenuti né per i secondini. Anche quest’ultimi si ammalano, alcuni sono morti, il Covid è trasversale, colpisce tutti.
In carcere sono protetti, si mormora, nessun contatto con l’esterno. Affermazione quanto mai falsa e fuorviante. In carcere si muore di Covid o non lo si riconosce; le misure adottate a marzo con lo svuota carceri ha creato grande scalpore nei talkshow nazionali, perché qualcuno ne ha approfittato. Allora dietrofront dei giudici che hanno rallentato la fuoriuscita dei detenuti che avevano i requisiti per usufruire dei domiciliari. Durante il lockdown numerose sono state le rivolte, allora si sono ripresi i colloqui settimanali. “E da fuori è arrivato il virus” mi dice un poliziotto carcerario, “basta un bacio o un un’abbraccio dei propri figli che vanno a trovare il papà detenuto.” Ma anche la difficoltà a testare le positività, gli asintomatici da una parte e dall’altra. “Non vedo mio figlio da più di un mese. Troppi positivi tra i colleghi, preferisce non incontrarci, se non lo sottopongono a tampone” Il papà di questo poliziotto mi confida preoccupato.
” Sa abbiamo altri figli più piccoli e i nonni”. Allora tutto diviene più difficile, e la scelta dei militanti radicali deve spronarci alla riflessione. Tutti, politici e popolo, in una presa di coscienza collettiva. Possiamo farcela, ma uniti.

21 novembre 2020

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