Chiesa cattolica e coronavirus. Reazione della CEI sulla mancata riapertura delle Chiese

In merito alla reazione della CEI(Conferenza Episcople Italiana) alla fase 2 sulla mancata riapertura delle Chiese.

di Nicola Cristofaro

La comunicazione religiosa ha bisogno di oggetti, e di azioni rituali. Si entra e ci si bagna il dito nell’acquasantiera per farsi la Croce. 

Ci si avvicina ad una immagine, o a un Crocifisso, e si bacia il piede o l’icona. Ci si siede e si inginocchia, si toccano altari e sedie. Si accende la candelina. Durante la Messa si scambia il segno di pace, si canta, si prende la Comunione. Nel Rosario si parla ad alta voce, quando si esce altro rituale dell’acquasantiera. Nelle Chiese storiche, via vai di qualche pellegrino o turista.

Il 70-80% sono anziani, che si appoggiano ovunque per entrare, sedersi, uscire.

Come abbiano potuto pensare gli alti prelati che tutto questo non possa costituire un focolaio di trasmissione del virus, non riesco a concepirlo.

E’ vero che la religione è solo trascendenza, ma tutti i fedeli sono attaccati alla vita terrena, e vogliono vivere.

Se il problema della CEI sono gli incassi mancati dalle messe di suffragio, o dei funerali, dei battesimi, o dei matrimoni, ecc. lo dicano con trasparenza. Perché per i fedeli è molto meglio che restino a casa, dove è possibile comunque pregare e dire il Rosario con Radio Maria.

Se poi vuole criticare in via subliminale il Santo Padre, che è inviso a buona parte dell’alta Curia, allora è molto peggio. Ci si mette contro ad una delle quattro virtù cardinali, e cioè alla Prudentia.

Salvo che il Governo non stabilisca un protocollo per lo svolgimento dell’accesso alle funzioni religiose, magari con un vigile urbano per far rispettare il distanziometro sociale. Così abbiamo stravolto anche i precetti del Concilio Vaticano II.

La Messa e le benedizioni in una Piazza San Pietro deserta non sono servite a nulla.

29 aprile 2020

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