Elena Maningrasso racconta di se e racconta del suo ultimo libro “Non mi toccare” che denuncia la violenza di genere

di Cinzia Santoro

Elena Maningrasso “Cè sempre un fiore in casa mia”

Genuina, appassionata e con tanta voglia di vivere. Elena Manigrasso mi accoglie con un sincero sorriso abbracciandomi. Chiacchieriamo passeggiando nel centro storico di Carosino, sua città natale. La coreografica fontana da cui, come dice Elena, “esce il vino” durante la sagra del paese, e l’imponente castello D’Ayala Valva, fanno da sfondo ad un pomeriggio che profuma di autunno inoltrato. Attivista per i diritti delle donne, Elena ha fondato a Carosino il comitato antiviolenza“Donne in fermento”. Insegnante di grande spessore umano vanta numerose pubblicazioni, tra le quali “Capitalismo amorale”, “Block notes”, “Dal Vangelo secondo Gesù”. Il suo ultimo lavoro “Non mi toccare” è un romanzo il cui tema è la violenza sulle donne, perpetrata da chi avrebbe dovuto amarle e proteggerle. La scrittrice non resta indifferente all’urlo di dolore delle sue compagne, “all’apparente star bene” di chi ogni giorno si sveglia con il mostro accanto a se.
-Chi è Elena?
Elena è una donna che fino a qualche tempo fa si sentiva ancora adolescente, di quelle adolescenti
che giocano ancora con le pozzanghere d’acqua, che si bagnano e si divertono con poco, con quello
che c’è. Una donna ferma ad un tempo ben determinato dove la felicità era tangibile. Ma è bastato
uno spintone a farmi capitolare e poi rialzare: mi ha portato dritta dritta nella realtà e nei miei
cinquantacinque anni di vita. Uno spintone doloroso ma inevitabile, per crescere e riprendere ciò
che di più prezioso mi era stato scippato. La libertà.
-Sei una donna eclettica e tra le tue passioni c’è la scrittura. Lo scrivere cosa rappresenta per
te?
Scrivere per me è come dar forma ad un mondo che forse ancora non esiste, in cui sistemo le cose a
modo mio: coloro le stelle e sotto di esse inserisco personaggi che, alla fine, dopo varie peripezie, si
salvano da una esistenza mediocre. La scrittura mi permette di stare bene nella mia stanza, con il
mio computer e la mia cara finestra che affaccia sul terrazzo. Non sono mai sola.
-Il tuo impegno contro la violenza di genere occupa una parte importante della tua vita.
Perché?
La violenza di genere l’ho sperimentata sulla mia pelle. Non posso che utilizzare questo dolore per
camminare in sorellanza. Insieme ad altre amiche donne ci infondiamo coraggio reciproco; ma non
basta. Questo mondo vogliamo proprio cambiarlo e vogliamo sottolineare come la Costituzione
italiana valga anche per le donne. La nostra Carta sancisce eguali diritti di genere, fuori dall’ambito
domestico, ma soprattutto dentro ogni casa.
-Canti da sempre e sei un’interprete appassionata della canzone d’autore italiana. Il tuo si può
definire canto libero?
Hai detto bene. È il mio canto libero. Scelgo una canzone che sento nelle mie corde e le cui parole
calzano con la mia anima. Poi la rielaboro con qualche sincope in più e con qualche nota in
bemolle… e il gioco è fatto. Così quella canzone diventa mia e, quando corro o appendo un quadro,
la canto con una forza che sembra non mi appartenga. Amo la musica, la amo tantissimo e siamo un
tutt’uno. È la mia priorità, ho lottato per averla con me nonostante qualcuno, con violento
disprezzo, la considerasse avanspettacolo.
Il tuo ultimo lavoro letterario “Non mi toccare” racconta cinque storie di donne che si
intrecciano sul tema della violenza di genere. Come nasce?
Nasce dalla mia sofferenza per poi abbracciare tante storie di donne che si sono trovate sulla mia
strada sin da piccola, sin da quando avevo la gonnellina a strisce. È dedicato a me e a loro, e
soprattutto a mia figlia, perché possa credere nella bellezza di essere donna.
Ha ancora senso parlare di femminismo nel 2019?
Assolutamente sì. Femminismo è una parola nobile, ma da qualcuno è disprezzata. Alcuni vedono il
mio libro “Non mi toccare” come una “cosa femminista” e ne prendono le distanze. Poco male. Un
sano confronto avrebbe fornito l’occasione per ribadire che una femminista è una “donna” che ha
preso coscienza dell’articolo 3 della Costituzione e lo mette in pratica ogni giorno. Tutto qui.
-Tra le tue numerose attività c’è anche l’impegno politico. Come pensi si possano affrontare gli
scottanti temi nazionali dell’occupazione, dell’istruzione e dell’accoglienza?
Secondo me si affrontano lavorando con i bambini. Sin dalla più piccola età occorre educare al
valore del rispetto. Il rispetto, questa piccola parola che apre le porte alla felicità, allo stare in
fratellanza e in sorellanza col mondo, può essere la soluzione a molti dei problemi che vive il nostro
povero pianeta: razzismo, sessismo, ambiente violato. E’ stato questo l’argomento del mio ultimo
laboratorio sul “ben-essere” rivolto ai bambini di quinta elementare di Lizzano.
-Sei felice oggi?
Questa domanda mi mette in difficoltà. Diciamo che sono serena e che mi rispetto un po’ di più. Di
certo, oggi, quando mi guardo allo specchio, mi riconosco e mi sorrido. Forse, in quei pochi istanti,
sono attraversata dalla felicità.
Cosa sogna una ragazza degli anni 60 per il suo futuro?
Le minigonne che non ho potuto indossare, e non certo per mia scelta. Sogno di continuare a fare
jogging, di sentire il profumo dell’erba mentre corro, di mangiare bene a Taranto Vecchia, e cantare
in riva al mare. Ebbene sì, sono stravagante, ma sogno la semplicità. Mi piace da morire!
28 novembre 2019

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