La Casa delle Bambole: film horror d’autore con l’esordio al cinema della cantante Mylène Farmer

 

 

di Romolo Ricapito

La Casa delle Bambole (Ghostland) è un horror, o thriller psicologico, come viene  considerato da alcuni, diretto e sceneggiato dal regista francese Pascal Laugier, molto apprezzato anche se ancora con pochi film finora realizzati (è nato nel 1971).
L’opera è una coproduzione Canada-Francia ed è girata perlopiù nel continente americano (British Columbia) .
E’ certo che il film ha tra le principali attrazioni la presenza della cantante di grande successo Mylène Farmer, un mito in Francia e che ha di recente pubblicato l’album Désobéissance.

La vediamo nel ruolo di Pauline (la madre) ereditare  la  casa da una cugina acquisita, dove va a vivere con le sue due bambine.

Le due sorelle
Esse sono interpretate nella prima parte da Emilia Jones (Beth) e da Taylor Hickson (Vera) mentre da adulte sono Crystal Reed (Beth) e Anastasia Phillips ( Vera). Una curiosità: durante la lavorazione l’attrice canadese Taylor  Hickson ha sfondato una finestra col viso procurandosi 70 punti di sutura e un danno permanente.
Il personaggio della Farmer è però il più affascinante anche perché offre maggiori sfumature.
La cantante ogni tanto si esprime in francese (coi sottotitoli italiani) al fine di sottolineare la sua nazionalità.
Il film è uscito in Italia il 6 dicembre, periodo prenatalizio, riuscendo a ritagliarsi attenzione e incassi.
Ma la tematica horror è il pretesto per analizzare un trauma infantile, conseguente alla classica home invasion di certi film americani.
Ovvero l’aggressione in casa da parte di malintenzionati.
Essi sono in questo contesto il  “Ciccione “(Fat Man) e la “Donna del Camioncino  dei dolciumi”.
Costoro hanno in comune  delle perversioni sessuali: il primo sessualizza le bambole, rendendole degli oggetti erotici, mentre l’altra è un transgender omicida che probabilmente ha il ruolo di soggetto dominante ed è altrettanto malvagio e perverso.  Beth  supera da adulta il trauma  diventando scrittrice, guarda caso di thriller-horror, mentre l’altra non è stata altrettanto fortunata, o abile, continuando ad abitare da adulta con la madre nella casa che fu il teatro dell’aggressione.
La Casa delle Bambole

L’opera si evidenzia come riuscita per quanto riguarda la prima parte, in quanto la ricostruzione della casa, popolata da bambole di varie dimensioni e dall’aspetto inquietante, unitamente agli arredi kitsch e ispirati al passato,  danno vita a  una creazione artistica sufficientemente originale, riuscendo  a superare gli standard  tipici dei film horror.

Non è estranea a tale valore aggiunto Mylène Farmer, che ha fatto dei suoi video trasgressivi e scandalosi, in tema musicale, una sorta di cavallo di Troia per un successo ormai più che trentennale.
Aderisce dunque come a una seconda pelle alle visioni del regista, che ama trasfigurare le sua interpreti.
Va detto che qui la Farmer è poco trasfigurata, mantenendosi affascinante e bella per tutto il contesto, compresa una sequenza onirica ambientata durante una lussuosa festa nella seconda parte.
Il secondo tempo è più esplicito per quanto riguarda la storia e ammette più ingredienti che attengono anche al poliziesco, ma principalmente all’horror.
In questa sezione lo sceneggiatore-regista si è impegnato, o divertito, a contaminare oltre che a sporcare i volti delle giovani protagoniste con trucco accentuato, fatto soprattutto di lividi, bozzi e ferite.
Il pazzo decadentismo della sceneggiatura riesce ad equiparare le giovani donne alle bambole dal volto folle, orripilante e che risultano parlanti grazie ai loro ingegnosi meccanismi interni.
Esse creano una sorta di  delirante  arredamento che fa il paio con la pazzia dei “mostri” del camioncino dei dolci, ma altrettanto folle  doveva essere la parente dalla quale la casa è stata ereditata.
Davvero  buona l’interpretazione delle due interpreti principali Crystal Reed e Anastasia Phillips, oltre che molto fisica.
 Mylène Farmer interpreta il ruolo della madre

L’argomento, quello del trauma  che viene affrontato, superato, ma che riemerge inevitabilmente è il trait d’union, mentre la perversione sessuale degli estranei è  il tema  che crea contaminazione, sporcizia, violenza nelle vite altrui.

In definitiva il film si apprezza anche per alcuni tocchi poetici all’interno di uno spiritato intreccio a volte troppo carico di suggestioni “malate” portate all’esasperazione.
In qualche scena sembra di essere di fronte agli incubi ideati da David Lynch per la nota serie anni Novanta Twin Peaks.
Anche qui il vintage la fa da padrone, dunque la pellicola pur essendo ambientata al giorno d’oggi avrebbe potuto svolgersi anche cinquant’anni fa, in quanto  si ispira probabilmente  ad alcuni B movies degli anni Settanta, o Sessanta, pur non essendo un B Movie, ma un film d’autore.
Viene citato all’inizio come riferimento lo scrittore americano H.P- Lovecraft (Providence,1890- 1937) che è il preferito di Beth. La ragazza lo incontra in una delle sequenze oniriche che arricchiscono  il film.
19 dicembre 2018

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