Straordinaria come eleganza e bravura Catherine Deneuve in “Quello che so di lei”

Catherine Frost (1956) e Catherine Deneuve (1943).
di Romolo Ricapito

“Quello che so di lei”, diretto e sceneggiato da

Martin Provost
Martin Provost

è sicuramente uno dei  più bei film della stagione.

Stupisce piacevolmente che in un periodo di vacche magre a livello di incassi, ovvero giugno, si sia posizionato al quinto posto nella settimana d’uscita, dopo i  soliti e noti blockbuster.
La qualità del film oltre che alla scrittura e alla direzione artistica è dovuta anche alle due straordinarie interpreti: Catherine Frost (1956) e  Catherine Deneuve (1943).
La Deneuve affronta uno dei più bei ruoli della sua splendida carriera, quello di Beatrice, un’ anziana giocatrice d’azzardo che trent’anni prima e più fu l’amante del padre dell’altra, Claire.
Claire è ostetrica in una clinica che sta per chiudere e ha un figlio che studia medicina, il quale attende un bebè dalla giovane compagna.
Beatrice si fa viva dal passato: quello che ignora è che il suo ex amante, in gioventù un nuotatore famoso, si suicidò dopo l’abbandono della stessa, appunto 30 anni prima.
La donna, che si è sempre finta una nobile di origine ungherese, è in realtà figlia di un portinaio e ha ignorato il suicidio perché non è stata mai una lettrice di giornali né  è pratica di internet.
Beatrice, che ha un tumore al cervello, stabilisce con la “figliastra” un rapporto di confronto tendenzialmente ambiguo. In realtà, per la sua solitudine, vorrebbe essere assistita, confortata e magari lasciare all’altra qualche soldo in eredità, forse perché afflitta da sensi di colpa..
La storia si sviluppa su più piani, tra Parigi e i suoi dintorni.
All’attività professionale di Claire si alterna la pratica di giardinaggio in un terreno di sua proprietà che confina con quello di un vicino simpatico e intraprendente, un camionista che diventa anche un corteggiatore.
 Catherine Frost (1956) e  Catherine Deneuve (1943).
da destra, Catherine Frost (1956) e Catherine Deneuve (1943).
Nella pellicola vengono trattati diversi parti, con primi piani di neonati avvolti nel liquido amniotico o puerpere in difficoltà, sia perché africane senza un tetto sulla testa o semplicemente delle comuni gestanti aiutate nel partorire.
L’eleganza del personaggio di Beatrice è straordinaria: la Deneuve si muove a suo agio in completi colorati e raffinati, in una recitazione lieve e ironica che abolisce i toni drammatici.
Il personaggio di Claire invece rappresenta la vita di tutti i giorni, le difficoltà e la voglia di superarle. Il rapporto tra le due donne è in continua definizione, ma sembra che Beatrice, che ha sempre rifiutato la maternità trastullandosi tra tanti uomini, cerchi in realtà una figlia, o comunque un affetto che stemperi   la sua solitudine  . I 117 minuti scorrono rapidi, intensi e vari in una Parigi classica che si confronta con una provincia più modesta, fatta di un sobborgo di provincia  con  casermoni abitati da neri.
L’intelligenza della sceneggiatura sta nel voler proporre una storia densa   di chiaroscuri, intimista ma non lacrimevole, dove la saggezza si coniuga alla novità.
Strepitosa come si è accennato Catherine Deneuve che dimostra ancora una volta che l’età non è un limite per attrarre ammiratori, magia e continuare a offrire, sempre e ancora di più un’interpretazione che è la quintessenza della professionalità
Il ruolo maschile principale è assegnato all’attore belga Olivier Gourmet, 53 anni, mentre fa la sua comparsa nel ruolo di un’amica di Beatrice la brava Mylène Demongeot (1935) che in Italia fu protagonista del film di Dino Risi, nel 1960, “Un Amore a Roma”. Infine la colonna sonora propone diversi brani di Serge Reggiani.

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