ROMINA POWER: NEL SUO ROMANZO “TI PRENDO PER MANO” I SUOI SEGRETI MAI RIVELATI E UN RAPPORTO MADRE-FIGLIA CHE COMMUOVE

 

 ROMOLO RICAPITO
E’ stato appena pubblicato un romanzo scritto da Romina Power ed edito da Mondadori per la collana “Madeleines“- Extra dal titolo Ti prendo per mano, 160 pagine, 16 euro e 90.

La storia porta una dedica: “alla mia mamma bellissima” ed è, infatti, una sorta di trasposizione  che adopera degli  alter ego per  narrare gli ultimi anni di vita di Linda Christian (1923-2011), attrice.
Nel romanzo Romina è Daria , una pittrice e scultrice che tiene un diario a partire dal 9 marzo 2011, dopo aver preso in affitto un loft a Soho, N.Y.
La donna, che nel libro ha 50 anni, si sposta dunque a Tucson, in Arizona , per occuparsi della madre , Michelle Von Pieters, in gioventù bellissima e affascinante, che fu   moglie di un diplomatico.
La Madre è descritta come un personaggio eccentrico: dal dentista ade sempio  ci va scalza, con finte infradito e cavigliere di perline.
Mentre la  figlia, Daria, nutre un grande amore per l’India e ha un matrimonio finito da cinque anni.
Nel romanzo sono stati eliminati tutti gli eventuali riferimenti della vita reale di Romina inerenti Al Bano e i loro quattro figli.
Ma la personalità di “Daria” è tutta costruita su quella della stessa Power.
Il diario, molto agile e dalla scrittura fresca, è un excursus di vita che illustra il soggiorno  negli Stati Uniti dell’autrice, patria di origine riscoperta nella mezza età.
Luci e ombre: a New York , che è “tutto e l’opposto di tutto” (pagina 15) “non ti senti mai  sola, anche se lo  sei“.
L’ospitalità degli abitanti è molto  buona e si fanno strani incontri per strada, con   persone che, interagendo con   ospiti  sconosciuti,   risultano gentili pur nella loro  eccentricità.
Si legge, anche: “A  differenza dell’Europa nei bar e ristoranti si nota gente  che ci va senza nessuna compagnia, completamente sola“.
Ma la malattia della Madre spinge Daria a trasferirsi  in pianta stabile in Arizona, a Tucson: la donna soffre di cancro alle cellule squamose del colon.
La figlia se ne occupa come può: la genitrice infatti rifiuta le cure tradizionali e la chemioterapia, che potrebbero (forse) salvarla o migliorarne almeno le condizioni,
La situazione dà luogo così a una serie di riflessioni esistenziali e sociali.
Non voglio ritrovarmi a invecchiare negli Stati Uniti“.
“Romina” in realtà non si riconosce più nella terra d’origine mentre, riguardo alla madre, si ritrova ad  esempio ad offrirle   del latte caldo  e si sfoga  così: “penso che lei invece non me l’ha mai dato”.
Emergono le lontananze affettive dalla vera “Linda” e una riscoperta di tale personaggio che, bisognoso di cure e affetto, diventa in questo caso una figlia, nella personificazione di Michelle Von Peters, di origine olandese, in un’inversione dei ruoli predisposti. La vera Linda infatti era proprio originaria dei Paesi Bassi, oltre che del Messico. Nel romanzo queste radici emergono tutte, nei ricordi dell’anziana e nelle vecchie canzoni che intona dal letto di morte.
I ruoli tradizionali si ribaltano dunque  mentre l’assicurazione “Medicare” in voga negli States dà modo all’inferma di ricevere a casa il letto d’ospedale, i medicinali, le visite a domicilio.
La marijuana diventa l’unico medicamento che riesce a stimolare l’attività della donna, consentendole di andare in bagno e godere di un po’ di energia.
Per il resto, l’ammalata diventa un rudere in disfacimento. Perde tutti i denti, ma non    il suo  senso dell’umorismo: ripulita dal pannolino e dalle feci, ironizza con la figlia: “Mousse au chocolat“.
La situazione va avanti per ben tre anni, durante i quali, tra brevi fughe a N.Y. o in centri di meditazione yoga o buddisti, “Romina” ha il tempo di recuperare, oltre che un vero rapporto affettivo con la madre, la vera sé stessa.
La narrazione non è struggente, ma lucida e vivace.
Ogni tanto, però , c’è qualche considerazione amara: “ora mamma è molto dolce con me, proprio lei, la stessa donna che quando ero piccola non mi ha mostrato un minimo di tenerezza”.
Ma l’affetto prende il sopravvento: “questo è il mondo che voglio serbare di lei, ho scoperto il suo lato tenero e indifeso“.
Daria ha un figlio, Gabriel, e un fratello, Robert, completamente assente. Dunque la sua vicenda diventa un soliloquio, o un rapporto strettissimo con Michelle-Linda.
L’ultima parte è più saggistica: Romina scrive degli insegnamenti che ha imparato tramite la meditazione e il buddismo, elementi che le fanno rileggere la sua storia , offrendole  nuova forza per  affrontare il mondo.
Il suo animo è ecologista: è consapevole che certe scie chimiche che si formano sopra il deserto dell’Arizona  sono dovute all’inquinamento. Ma nessuno si occupa di questo, o di nulla: gli Stati Uniti diventano dunque un territorio in parte ostile e inospitale, a fronte della sua immensità .ma soprattutto caratterizzato dalla indifferenza delle istituzioni
.La morte viene accettata alla fine come un rito di passaggio, mentre alla fine del libro si legge anche un ringraziamento a due amiche (Giulia Belluco e Daryn Hinton)  e a Romina Carrisi, la figlia minore, senza l’aiuto delle  quali il romanzo non avrebbe mai visto la luce.
Romina Power rivela una buona maturità di  scrittrice e ha realizzato non un’opera usa-e -getta, ma un libro che resterà nella memoria di chi lo leggerà.
rom

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